Black Brant XII

Nel corso della storia, la terza guerra mondiale è stata sfiorata diverse volte. La lista è piuttosto lunga, e la potete trovare su Wikipedia. Comunque, solo in tre occasioni ci si è andati veramente vicino. Le prime due, sicuramente più famose, sono la crisi dei missili di Cuba ed il falso allarme del 1983, quando un satellite sovietico per ben due volte individuò dei presunti missili balistici americani diretti sulla patria del socialismo. Si trattava di un malfunzionamento, e fu solo per la freddezza del colonnello Petrov se non finì in tragedia. La terza è questa: l’incidente del razzo norvegese, ovvero come far scoppiare la terza guerra mondiale nel modo più stupido possibile. Abbiamo un Paese, la Norvegia, che lancia un razzo sonda per studiare le aurore boreali. C’è un altro Paese, la Russia, che lo scambia per un missile balistico diretto su Mosca e sta per ordinare una rappresaglia atomica. Il tutto perché gli operatori radar russi non sono a conoscenza del lancio. Molto in breve, questo è quello che accadde un freddo mattino dell’inverno 1995. Una storia poco conosciuta, che possiamo raccontare solo perché le lancette dell’orologio si sono fermate due miseri minuti prima dell’apocalisse.

Ma come si è arrivati ad una situazione del genere? Possibile che gli operatori radar russi fossero così incompetenti da non distinguere un razzo sonda da un missile balistico? E poi che razza di strategia è quella di sferrare un attacco nucleare con un solo missile? In realtà, oltre alla criminale negligenza di non aver avvertito gli operatori radar del lancio, ci furono una serie di concause che indussero in errore gli uomini delle Forze Spaziali Russe.

Il lancio del razzo norvegese

Nelle prime ore del 25 gennaio 1995, un team di scienziati statunitensi e norvegesi lanciarono un razzo sonda dal poligono di Andøya, situato sull’isola omonima. Si trattava di un Black Brant XII, un razzo a quattro stadi di costruzione canadese. Questo razzo al lancio ha un peso di 5.300 kg, ed una lunghezza di 15 metri. Il lancio non aveva nulla di militare: lo scopo della missione, per certi aspetti piuttosto poetico, era quello di studiare le aurore boreali sulle isole Svalbar.

Quando un Paese effettua un lancio missilistico, di qualunque tipo, deve avvertire che lo sta facendo. Questo per evitare spiacevoli fraintendimenti, oppure per non mettere in pericolo eventuali aerei in volo sulla zona. Il team di scienziati, ben nove giorni prima, avvisò 35 Paesi, tra cui ovviamente la Russia. Insomma, fece il suo dovere. Il problema fu esclusivamente russo: una volta ricevuta l’informazione, nessuno si curò di avvertire le uniche persone che avrebbero dovuto sapere del lancio, ovvero gli operatori radar delle Forze Spaziali Militari (VKS), il cui compito è, appunto, identificare eventuali missili balistici in volo e dare l’allarme.

Cosa che fecero.

Un bip sullo schermo

Olenegorsk è una cittadina di poco più di 20.000 abitanti sopra il circolo polare artico. Fondata nel 1949, vive dell’estrazione del minerale di ferro. Oltre alle miniere, ci sono anche una base aerea ed una stazione radar delle già citate Forze Spaziali Militari, che ha il compito di identificare eventuali missili balistici in arrivo dall’artico. Si tratta di una zona piuttosto critica, visto che vi è una sorta di “corridoio di lancio”, una traiettoria obbligata che consente ai missili balistici intercontinentali Minuteman III in partenza dal Nord Dakota di raggiungere la città di Mosca. Sempre da quella direzione, inoltre, possono arrivare i Trident III, missili balistici sublanciati dai sottomarini nucleari classe Ohio.

Radar Daugava
Un radar Daugava, dello stesso tipo di quello situato ad Olenegorsk. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: Ivan Z. CC BY-SA 3.0

In breve, il radar di Olenegorsk identifica tutto quello che di balistico passa sopra l’artico ed è diretto a Mosca. Cosa che fece anche con il razzo sonda norvegese Black Brant, quella mattina del 25 gennaio 1995.

Il punto di vista russo

Gli operatori radar non erano a conoscenza del lancio condotto dalla Norvegia, quindi pensarono subito ad un atto ostile. Il Black Briant, per dimensioni e caratteristiche di volo, era molto, troppo simile ad un Trident III. Questo ha una lunghezza di 13,5 metri, molto simile ai 15 metri del razzo sonda. I tecnici iniziarono a pensare ad un attacco a sorpresa condotto con i sottomarini nucleari. La situazione peggiorò quando i vari stadi del razzo iniziarono a separarsi: sul radar, apparivano praticamente uguali alle testate nucleari multiple.

Ma un attacco condotto con un singolo missile poteva avere un senso? La Russia è un Paese immenso, ed all’epoca aveva migliaia di testate nucleari montate su centinaia di vettori (li ha ancora). Una singola bomba atomica avrebbe fatto danni enormi, ma non avrebbe privato i russi della possibilità di una risposta nucleare, con tutte le conseguenze del caso. O no?

Missile Trident II
Un missile balistico sublanciato Trident II. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: autore sconosciuto, DoD. US Public Domain

Il problema è che la dottrina militare russa (e non solo) prevede la possibilità di un attacco nucleare condotto con una singola testata. Infatti, se si fa esplodere una bomba nucleare ad alta quota, si crea un impulso elettromagnetico di elevata intensità (cosiddetto effetto EMP), capace di indurre picchi di corrente nei componenti elettronici tali da portarli al punto di fusione. Entrambe le superpotenze avevano condotto esperimenti del genere in passato, a volte con risultati abbastanza catastrofici. Nel caso specifico, comunque, un attacco del genere sopra Mosca avrebbe letteralmente “fritto” qualunque apparato elettronico della città, civile e militare, provocando un blackout nelle comunicazioni capace di impedire un qualsiasi tipo di risposta organizzata.

Gli operatori radar conoscevano questa possibilità, e pensarono che l’innocuo razzo norvegese fosse il preludio di un attacco a sorpresa: dal loro punto di vista, tempo 10 minuti e Mosca sarebbe tornata all’età della pietra. Quindi, fecero la cosa più ovvia: diedero l’allarme.

La risposta russa

L’allora presidente Boris Yeltsin venne immediatamente avvisato, si fece portare la valigetta nucleare (chiamata Cheget) e per la prima volta nella storia attivò le procedure di lancio. A quel punto, i militari (insieme con il presidente) stabilirono una sorta di deadline: 10 minuti di tempo per decidere se scatenare un attacco atomico di rappresaglia. 10 minuti sono 600 secondi, ed erano scattati nel momento in cui era stato dato l‘allarme da Olenegorsk. Ormai, ne restavano appena cinque. Subito vennero messe in stato di allerta le Forze Missilistiche Strategiche ed i comandanti dei sottomarini nucleari: stavolta non era un’esercitazione, e possiamo solo immaginare lo stato di tensione dei soldati e degli equipaggi, in attesa dell’ordine di conferma per il lancio.

I minuti passarono interminabili, quando, finalmente, a due miseri minuti alla deadline, arrivò la notizia: il “missile” non era un pericolo, e la terza guerra mondiale per stavolta non sarebbe scoppiata. A quel punto, tutti gli ordini vennero annullati e la situazione tornò tranquilla. Per la cronaca, il Black Briant cadde nei pressi di Spitsbergen, dopo un volo di 24 minuti.

I russi avvertirono il mondo di ciò che era successo una settimana dopo. Visto che la terza guerra mondiale era stata sfiorata di un soffio a causa di un problema di comunicazioni, si decise di rivedere tutte le procedure di notifica e comunicazione per questo tipo di lanci scientifici. Non era più il caso di rischiare la fine della razza umana per colpa di un razzo norvegese lanciato per studiare le aurore boreali!

Fonti

(immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons. Credits: NASA. US Public Domain)