Sottomarino Salvatore Todaro

Nei ruggenti anni cinquanta, l’Italia cercò di realizzare una classe di sottomarini nucleari. La decisione fu il frutto di una serie di valutazioni più politiche che militari, con previsioni di spesa fuori da ogni logica. Nonostante tutto, il programma andò avanti, con l’impostazione di una prima unità a Taranto e tutta una serie di informative alle Camere.

Questa classe di battelli da attacco avrebbe dovuto essere composta da due unità, ed è nota con il nome di classe Marconi. Alla fine, nonostante tutti gli sforzi, l’idea rimase sulla carta, a causa della mancata collaborazione americana (che era indispensabile).

Una storia poco conosciuta della Marina Militare Italiana del dopoguerra, che proveremo ad approfondire.

Storia

Gli inizi del programma e la fondazione del CAMEN

La storia dei sottomarini nucleari in Italia non ha una precisa data di inizio. Molto probabilmente, la marina e la politica iniziarono a pensare ad unità di questo tipo già alla metà degli anni cinquanta, dopo i successi americani con il Nautilus.

Per realizzare un sottomarino atomico (ed in generale qualunque cosa preveda l’utilizzo dell’uranio per funzionare), la prima cosa da fare è avere un reattore nucleare. Per questo motivo (e per approfondire i vari aspetti dell’utilizzo dell’energia nucleare, e fare i relativi studi) alla fine del 1955 venne fondato il CAMEN (Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare), presso i locali dell’Accademia Navale di Livorno. Al CAMEN, tra le varie cose, venne anche costruito un piccolo reattore sperimentale (di fabbricazione americana) , chiamato RTS-1 Galileo Galilei. Così, i militari italiani iniziarono a prendere dimestichezza ed a fare esperienze su queste nuove tecnologie. In realtà, il CAMEN rientrò in una serie di iniziative intraprese dalla marina riguardanti sia la propulsione nucleare navale, sia l’utilizzo di armamenti strategici.

G7 1978
In questa foto, da sinistra: Giulio Andreotti, Takeo Fukuda (Giappone), Jimmy Carter (Stati Uniti), Helmut Schmidt (Germania Ovest) e Valéry Giscard d’Estaing (Francia) al G7 di Bonn del 1978. Andreotti, Ministro della Difesa dal 1959 al 1966, fu probabilmente il principale sponsor politico italiano del sottomarino nucleare nazionale. Nonostante i suoi sforzi diplomatici, tuttavia, gli Stati Uniti non fornirono mai la tecnologia necessaria. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: White House Photo. US Public Domain

Una cosa importante: il CAMEN nacque per iniziativa della marina, ma in sostanza era un’organizzazione interforze, dove lavoravano (e venivano formati) elementi di tutte le tre armi. Il fatto di avere sede all’interno dell’accademia navale fu anche un discorso di comodità: la presenza di un porto, la possibilità di avere a disposizione i servizi dell’accademia stessa e, soprattutto, la vicinanza con Pisa, che consentiva di collaborare con i docenti della Scuola Normale.

Un paio di anni dopo, il 16 giugno 1957, venne impostato a Taranto il Guglielmo Marconi. Di che si trattava? Nientemeno che del primo sottomarino nucleare italiano!

Questo battello avrebbe dovuto essere il capoclasse di una serie di due unità, ma venne costruito ben poco: appena il primo anello dello scafo, noto come “costruzione n.170“. Per quanto riguarda gli apparati di bordo, invece, probabilmente fu realizzato qualcosa in più, ma non si hanno dati certi.

L’ufficializzazione del programma sul sottomarino nucleare italiano

Il 3 luglio 1959, il neoministro della Difesa Giulio Andreotti annunciò ufficialmente al Senato che l’Italia avrebbe costruito un sottomarino nucleare “nazionale”. Per il pubblico probabilmente fu una sorpresa, ma i lavori preliminari come abbiamo visto erano già stati avviati da alcuni anni. Andreotti, tuttavia, fu uno dei principali sponsor politici di questa iniziativa. Anzi: probabilmente fu la persona che in Italia ci credette più di tutti gli altri.

Ma quali furono i motivi che spinsero Andreotti (più che la marina, ma questo lo vedremo meglio poi) a spingere per la realizzazione di un sottomarino nucleare nazionale?

Le ragioni furono essenzialmente politiche. Il ministro, infatti, era consapevole di due cose:

  • l’importanza che queste nuove armi subacquee avrebbero avuto nelle guerre future
  • la posizione dell’Italia nel Mediterraneo.

Il possesso di una simile tecnologia, unita alla posizione geografica della penisola, avrebbe permesso all’Italia di assumere un ruolo di grande importanza nella strategia mediterranea della NATO, addirittura preminente rispetto ad altri Paesi (soprattutto la Francia). Il problema era che per attuare una politica così ambiziosa e contrastare efficacemente i sovietici occorrevano armi moderne ed efficaci. Ma qual era la situazione?

Classe Balao
La marina italiana nel dopoguerra non se la passava affatto bene: le unità rimaste erano spesso inefficienti, ed avevano problemi di manutenzione. Inoltre, i trattati di pace imposero un grosso ridimensionamento della flotta e la consegna di parecchie unità alle potenze vincitrici. Una delle clausole, inoltre, vietava all’Italia il possesso di sottomarini. Fu solo con l’inizio della Guerra Fredda che le limitazioni furono allentate. Negli anni cinquanta, per rendere la marina italiana capace di operare, gli Stati uniti cedettero gratuitamente parecchie unità. Tra queste, alcuni sottomarini della classe Balao, risalenti alla seconda guerra mondiale e riammodernati. Uno di questi, l’Evangelista Torricelli (S-512) è quello raffigurato in foto. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Navy. US Public Domain

Le forze armate italiane, in quel periodo, erano in fase di ricostruzione dopo il disastro della seconda guerra mondiale. Gli stati Uniti, in ottica antisovietica, rifornivano di armamenti più o meno moderni i propri alleati, Italia inclusa. Le forniture, ovviamente, non riguardavano equipaggiamenti di ultima generazione, almeno nel caso del belpaese. L’Italia, infatti, oltre ad aver perso la seconda guerra mondiale, aveva anche il maggior partito comunista di tutto l’Occidente: il rischio di “furti” tecnologici a vantaggio degli avversari era considerato abbastanza alto. E poi diciamolo: il modo in cui il Paese aveva gestito l’armistizio del 1943 (il famoso 8 settembre) non era stato proprio esemplare… Insomma, al di là delle simpatie e dell’importanza strategica che poteva avere l’Italia, determinate tecnologie erano un po’ off-limits.

Per farla breve, e limitandoci alle tecnologie subacquee, gli Stati Uniti si limitarono a cedere all’Italia alcuni vecchi battelli risalenti alla seconda guerra mondiale, delle classi Balao e Gato: armi sicuramente efficaci, ma piuttosto lontane a quello che potevano mettere in campo i sovietici.

Gli Stati Uniti inizialmente videro gli sviluppi nucleari italiani con favore ed interesse (tanto che fornirono il reattore del CAMEN), ma poi la situazione cambiò. Nonostante tutti gli sforzi, era impensabile per l’Italia affrontare da sola un programma del genere, e quindi fu costretto a chiedere l’aiuto agli Stati Uniti: oltre ad un reattore navale, infatti, occorreva l’uranio arricchito per farlo funzionare. E qui iniziarono i problemi.

I problemi politi e la fine del programma

Gli Stati Uniti, già poco convinti, si ritrovarono a dover fare i conti con vari Paesi NATO (Gran Bretagna e Francia) e mediterranei, oltre che con quelli scandinavi, tutti preoccupati che l’Italia diventasse una potenza regionale. Anche alcuni Paesi del blocco comunista (soprattutto la Jugoslavia) non erano troppo entusiasti all’idea… Insomma, alla fine per gli americani la soluzione migliore fu quella di fare ricorso al “McMahon Act“, una legge che limitava la vendita di tecnologie nucleari statunitensi a Paesi terzi: il ricorso a questa legge chiuse di fatto ogni speranza italiana.

A quanto sembra, uno dei più grossi oppositori oltreoceano del programma italiano fu un ammiraglio, Hyman Rickover, il “padre” dei sottomarini atomici statunitensi: questi bloccò praticamente ogni tentativo italiano di ottenere aiuti o tecnologie.

Classe Skipjack
Lo USS Skipjack in navigazione negli anni sessanta. Il Guglielmo Marconi sarebbe stato molto simile a questo sottomarino. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: Naval History and Heritage Command. US Public Domain

Gli sforzi italiani per cercare di “ammorbidire” la posizione americana furono vani, ad ogni livello. Prima di tutto, Andreotti rinunciò a “spingere” direttamente per il sottomarino: nel 1963, infatti, affermò che per prima cosa sarebbe servita una nave atomica di superficie, considerata uno step preliminare per giungere all’atomica subacquea. L’anno successivo la nave, chiamata Enrico Fermi (una discreta bestiola: 174 metri e 18.000 tonnellate), era diventata ad utilizzo misto civile-militare, mentre nel 1966 si cercò in tuti i modi di esaltare l’utilizzo civile che potevano avere queste tecnologie. Ovviamente, fu tutto inutile.

Ugualmente inutili furono gli sforzi italiani di cercare una via “alternativa” agli Stati uniti, rivolgendosi alla Francia. Con i transalpini, infatti, l’Italia aveva un accordo per la produzione di uranio arricchito per utilizzo civile. La produzione avveniva in una località chiamata Pierrelatte (dove ancora oggi, per la cronaca, si produce uranio arricchito). Tuttavia, gli americani intervennero anche nella trattativa con i francesi, facendola di fatto fallire.

L’Italia, quindi, dovette rinunciare al sogno del sottomarino nucleare, a causa della mancata collaborazione americana (niente fornitura di uranio, oltre che divieto di condividere tecnologie sensibili). Ma può essere sbagliato dare tutta la colpa agli Stati Uniti. Infatti, fino ad ora non abbiamo mai parlato di soldi. Quanto sarebbe costato all’Italia sviluppare un sottomarino nucleare? È presto detto: 30 miliardi di lire del 1959, pari a oltre 400 milioni di euro del 2020. Tanti? Pochi? Nel 1958, gli stanziamenti italiani per la Marina ammontarono a 102 miliardi, che non furono giudicati, all’epoca, una somma adeguata. In tutti i modi, i 30 miliardi sarebbero stati quasi un terzo del bilancio della marina. Bisogna poi vedere quanto questa somma sarebbe stata realistica.

I dubbi dei militari

All’interno della marina militare, va detto, vi era una corrente di pensiero che non era troppo convinta dell’opzione “sottomarino nucleare”. Non è che non riconoscesse l’importanza di questo tipo di armi, chiaro. Solo che riteneva (probabilmente a ragione) che le priorità fossero ben altre.

I sottomarini nucleari infatti erano molto costosi, necessitavano di strutture apposite (che in Italia non esistevano), e non si sapeva bene come utilizzarli nell’ambito della strategia navale italiana. Dunque, si sarebbe trattato di investire soldi e risorse per mettere insieme un’infrastruttura enorme, e per cosa? Gestire una classe di un paio di battelli.

La marina italiana, negli anni cinquanta, doveva moltissimo agli aiuti americani: le unità in servizio erano in gran parte risalenti alla seconda guerra mondiale, oppure trasferite dalla US Navy. Le stesse navi di nuova costruzione spesso erano finanziate dagli Stati Uniti. La legge navale del 1958, che puntava a modernizzare la flotta, ebbe sempre problemi di finanziamento, e fu attuata in un tempo più lungo del previsto.

I dubbi dei militari, quindi, erano ben fondati.

Il missile Alfa

Se da un lato i militari (non tutti, ma una buona maggioranza) non erano interessati ai sottomarini, lo erano invece molto di più ad un missile balistico a medio raggio. Paradossalmente, questo progetto non ricevette alcun appoggio dalla politica, e si concluse comunque nel 1975, quando l’Italia aderì al Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

Senza entrare troppo nei particolari, si trattava di un missile a due stadi a propellente solido, con una gittata di 1.600 km. Questo ordigno, chiamato Alfa, funzionava, e pure bene: tre lanci, tutti coronati da successo nel biennio 1975-1976.

Il missile Alfa venne sviluppato su iniziativa della marina, con lo scopo imbarcarlo sulle unità di superficie ed i sottomarini. La cosa, ovviamente, non ebbe seguito per l’interruzione del programma.

Missile Alfa
Il missile Alfa in volo. Questo programma, sostenuto dalla marina, venne interrotto nel 1975, quando l’Italia ratificò il Trattato di Non Proliferazione. L’Alfa sarebbe stato compatibile sia con unità di superficie, sia con i sottomarini, almeno nelle intenzioni dei progettisti. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: sconosciuto. Public Domain Italia

Organizzazione della Marina Militare Italiana

La Marina Militare Italiana non ha sottomarini nucleari, ed a quanto ne sappiamo nemmeno prevede di averne in futuro. Al vertice, abbiamo lo Stato Maggiore, da cui dipendono una serie di comandi inferiori (scuole militari, guardia costiera, incursori, ecc.). Quello che andremo ad approfondire è il Comando Squadra Navale (CINCNAV), da cui in sostanza dipendono tutte le unità operative della Marina Militare.

  • COMDINAV UNO: Comando Prima Divisione Navale
  • COMDINAV DUE: Comando Seconda Divisione Navale
  • COMDINAV TRE: Comando Terza Divisione Navale
  • COMFOPRAT: forze da pattugliamento e sorveglianza per la difesa costiera
  • MARICODRAG: contromisure mine
  • COMFORARER: forze aeree della marina
  • COMFORANF: forze anfibie
  • COMFLOTAUS: unità ausiliarie
  • MARICOSOM: Comando Sommergibili della Marina Militare
  • MARICENTADD: centro addestramento aeronavale
  • COMC4S: Comando C4 e Sicurezza
  • QUARTGEN MARINA: quartier generale della Marina
  • COMGRUPNAVCOST DIECI: Comando Decimo Gruppo Navale Costiero.

Se volete approfondire, trovate tutto qui.

Il MARICOSOM è il comando che si occupa dei sommergibili. Questo ha sede a Roma, ma le unità sono a Taranto.

Le basi principali sono a La Spezia, Taranto ed Augusta.

Flotta italiana a Taranto anni trenta
Veduta del porto di Taranto negli anni trenta. Taranto è sempre stata una delle principali basi della marina italiana, e lo si può vedere molto bene in questa immagine. Notare la quantità di navi militari ormeggiate in rada. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: Ernesto Burzagli. Public Domain

Classificazione dei sottomarini italiani

Premessa: tutte le navi della Marina Militare Italiana vengono “chiamate” ufficialmente con il termine “Nave” posto davanti al nome dell’unità. Stesso discorso vale per i sottomarini.

Cosa importante: la marina italiana chiama i suoi sottomarini con il termine “sommergibile“. Si tratta di due termini usati spesso come sinonimi, ma in realtà non lo sono affatto: il sottomarino è progettato per operare prevalentemente sott’acqua, mentre il sommergibile è costruito per navigare in superficie, con la possibilità di immergersi.

Comunque, se la Marina Militare Italiana ha deciso di chiamare in questo modo i suoi battelli subacquei, noi ci adeguiamo senza fare storie.

I sommergibili italiani (ed in generale tutte le navi) hanno un distintivo ottico, che viene incluso nel nome: la lettera utilizzata è la S, seguita da un numero. Esempio: Giuliano Prini (S-523).

Tutte le navi in circolazione sono organizzate in “classi”. Cos’è una classe navale? In breve, si tratta di una serie di navi che hanno progetto e caratteristiche comuni. In altri termini: io progetto una nave e poi ne faccio quattro uguali (o quasi), basandomi su quel progetto.

Per quanto riguarda i nomi delle classi, ogni Paese ha regole sue, ma in Occidente (di solito) la classe prende il nome dalla prima unità della quale è stata approvata la costruzione, la cosiddetta “capoclasse” (che normalmente è anche la prima unità costruita). In Italia funziona così.

La costruzione dei sottomarini nucleari in Italia

L’Italia ha una grande tradizione cantieristica, e mettersi a parlare di tutti i cantieri navali italiani sarebbe un delirio ci porterebbe molto fuori strada. Limitiamoci dunque ai sottomarini nucleari, o meglio, al sottomarino nucleare.

L’unico esemplare impostato, il Guglielmo Marconi (S-521) venne impostato presso i Cantieri Navali di Taranto.

In giro sul web viene spesso riportato che il costruttore sarebbe stata l’Italcantieri, successivamente confluita nella Fincantieri. Tutto molto bello, ma purtroppo non tornano le date.

Il Marconi venne impostato nel giugno 1957, la Fincantieri fu fondata per iniziativa dell’IRI nel 1959, l’Italcantieri nel 1966, e la seconda fu assorbita dalla prima nel 1984. Quindi, il Marconi non avrebbe potuto essere costruito dall’Italcantieri, per il semplice fatto che ancora non esisteva.

Il Marconi venne impostato da un’azienda chiamata proprio Cantieri Navali di Taranto (ex Cantieri Tosi), e che erano specializzati in sommergibili. Questa azienda entrò in crisi nel 1958, ed essendo una delle più importanti realtà cantieristiche del Meridione, fu “salvata” dall’IRI, che la rilevò cambiandole il nome in Società Officine di Costruzioni e Riparazioni Navali di Taranto. Sempre all’interno del gruppo IRI (che all’epoca era una finanziaria), nel 1981 venne fusa con la Società Esercizio Bacini Napoletani. Fu solo nel 1984 che Fincantieri incorporò direttamente tutte le varie aziende cantieristiche prima in suo possesso (Italcantieri inclusa).

Per quanto riguarda il reattore nucleare, questo sarebbe stato una responsabilità della CAMEN.

Fonti

(immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons. Credits: Mass Communication Specialist 2nd Class Regina L. Brown, US Navy. US Public Domain)