Nave Sierra Madre

La Sierra Madre è una nave da guerra filippina che è stata intenzionalmente fatta arenare dai suoi proprietari per “ragioni geopolitiche”. L’unità, infatti, dal 1999 funge da avamposto sul Secondo Banco di Thomas, un basso fondale nel Mar Cinese Meridionale che fa parte delle isole Spratly.

Ora, la situazione su queste isole è molto complessa: le Spratly, infatti, sono al centro di una serie di rivendicazioni territoriali da parte dei vari Paesi dell’area, a causa della loro importanza economica e strategica.

Le Filippine, facendo incagliare la Sierra Madre e continuando a considerarla un’unità militare in servizio attivo, di fatto hanno costituito una sorta di inaffondabile “base avanzata”, utile per le proprie rivendicazioni territoriali in zona.

Con grande disappunto della Cina.

Le isole Spratly

I filippini ci hanno fatto arenare una nave, ed i cinesi non l’hanno presa bene. Ma perché queste isole sono così importanti? E soprattutto, di chi sono? Tutte ottime domande. Cercherò di rispondervi nel modo più breve e semplice possibile.

In cosa consistono le isole Spratly

Da un punto di vista strettamente geografico, stiamo parlando di circa un centinaio tra scogli, isolotti (più o meno corallini), atolli, bassi fondali, ecc. in un’area di circa 400.000 chilometri quadrati. Totale terre emerse: circa 5 chilometri quadrati, con il punto più elevato a 4 metri sul livello del mare! Praticamente, se mettessimo questo territorio tutto insieme, avremmo un isolotto grosso due volte e mezza il Principato di Monaco (o una dozzina di volte il Vaticano) messo in mezzo ad una zona di mare grande un terzo in più dell’Italia.

Quindi, isole molto piccole, che sono difficili da abitare. A quanto se ne sa, infatti, non hanno mai avuto una presenza umana fissa.

Queste isole sono in una vasta area del Mar Cinese Meridionale, più o meno tra Vietnam, Brunei, Filippine e Cina. Una zona di passaggio, ricca di risorse. E senza un chiaro “padrone”.

Mappa Isole Spratly
Mappa delle Isole Spratly. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: Yuje su originale CIA. US Public Domain

A chi appartengono le isole Spratly

Di chi sono queste isole? Ottima domanda.

Allora, se parliamo di presenza umana, questa risale a ben 50.000 anni fa, anche se non ci sono praticamente mai stati degli insediamenti stabili. Anche in epoca coloniale, nessuno si è mai veramente interessato a queste isole. Naturalmente, furono esplorate da cinesi e vietnamiti, ed erano ben conosciute dato che sono un punto di passaggio obbligato. Per la cronaca, sono state sempre rivendicate da Vietnam e Cina.

Gli europei nell’ottocento si limitarono a qualche spedizione, ma senza troppo impegno. Comunque, un trattato tra Cina e Francia (presente in Vietnam) del 1887 riconosceva la sovranità cinese sulle isole. I cinesi, all’inizio del novecento, sbarcarono e piantarono lì la loro bandiera.

A partire dagli anni trenta, la situazione iniziò a farsi ingarbugliata: i francesi sostennero che le isole erano parte della colonia dell’Indocina e le occuparono, e la Cina non la prese bene. Nel 1939, i giapponesi occuparono anche loro alcune isole per motivi militari. Il problema è che questi ultimi legarono amministrativamente le isole a Taiwan, che era una loro colonia.

Una volta finita la guerra, non venne nominato nessun “successore” per queste isole.

L’importanza delle isole Spratly

Prima di vedere chi rivendica le isole, cerchiamo di capire per quale motivo queste sono così importanti. A parte il discorso naturalistico, di terra ce ne sta pochissima e sono praticamente inabitabili. A cosa possono servire?

Beh, a parecchio.

Prima di tutto, ci sono petrolio e gas. Secondo alcuni calcoli, 17 miliardi di tonnellate, più del Kuwait per dire (13 miliardi). In altri termini, sotto quell’area marina ci sarebbero le quarte riserve mondiali di idrocarburi. Si sono fatte guerre per molto meno.

Poi ci sono i pesci. Tanti pesci: stiamo parlando di una delle zone più pescose del pianeta. Come possono dei miseri isolotti influenzare la pesca? Semplice: con la zona economica esclusiva (ZEE). La ZEE è “un’area di mare adiacente alle acque territoriali in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino” (Wikipedia). Semplificando, questa può raggiungere le 200 miglia marine, pari a circa 370 km dalla costa. Come si sarà capito, anche avere uno solo di quegli scogli vuol dire avere i diritti esclusivi di pesca e sfruttamento per un raggio di 200 miglia.

Infine, il commercio marittimo: si tratta di una delle aree di mare più trafficate al mondo, con oltre la metà delle superpetroliere che devono passare da quelle parti. Controllare la zona, dunque, potrebbe essere essenziale in ottica navale ed economica.

Le rivendicazioni delle isole Spratly

Come si è visto nei precedenti paragrafi, è una zona economicamente e strategicamente importante, ma con una situazione molto complicata. Veniamo alle rivendicazioni attuali di questi isolotti.

  • Brunei. Rivendica una parte dell’arcipelago, in particolare quella nella sua zona economica esclusiva sulla sua piattaforma continentale.
  • Malaysia. Come il Brunei, rivendica un piccolo numero di isole, sulla sua piattaforma continentale e dentro la zona economica esclusiva.
  • Filippine. Le Filippine rivendicano l’intero arcipelago in base al Res Nullis: praticamente, le isole non sono più state di nessuno dopo la seconda guerra mondiale, e possono essere prese da chiunque. Nel 1956, un cittadino filippino, tale Tomás Cloma, unilateralmente fondò uno stato sovrano su questi isolotti. Quando venne arrestato, fu costretto a firmare un documento in cui cedeva tutti gli isolotti per un peso al governo filippino. Quindi, le Filippine le considerano annesse al loro territorio. Poi c’è anche un discorso geografico e legato alla zona economica esclusiva: non sono dentro quella filippina, ci ma confinano, ed in base al res nullis possono essere rivendicate.
  • Repubblica Popolare Cinese. I cinesi sostengono di aver scoperto loro l’arcipelago e di essere il Paese che con più forza lo ha sempre rivendicato. Per la cronaca, i loro pescatori lo frequentavano almeno dal 200 d.C. In effetti, fino al 1933 (anno della conquista francese), la Cina ha sempre considerato questi isolotti come parte dello Stato. Oltretutto, Taiwan (che la Cina considera una sua provincia) mantiene dal 1956 una guarnigione su una delle isole, quindi si ritiene il Paese che con più forza ha rivendicato la zona anche nel dopoguerra.
  • Taiwan. I taiwanesi rivendicano l’intero arcipelago, per gli stessi motivi visti sopra con la Repubblica Popolare Cinese.
  • Vietnam. I vietnamiti rivendicano l’intero arcipelago. E qui la faccenda si fa problematica: oltre alla questione geografica (sono più vicine al Vietnam), anche i loro pescatori frequentavano la zona da secoli. Oltretutto, il Vietnam sostiene di aver occupato l’arcipelago fin dal diciassettesimo secolo, e che l’accordo tra Francia e Cina non sarebbe valido (all’epoca il Vietnam non era uno Stato indipendente, ma parte dell’Indocina Francese). Negli anni trenta, oltretutto, la stessa Francia avrebbe occupato le isole per annetterle all’Indocina, e i trattati di pace della seconda guerra mondiale non menzionerebbero da nessuna parte un ritorno delle Spratly alla Cina. Successivamente, le Spratly finirono al Vietnam del Sud. L’attuale Vietnam, quindi, ritiene che le isole siano di sua proprietà.

Le basi sulle isole Spratly

Come si sarà capito, vista la situazione confusa, le varie “parti” cercano di far valere le loro ragioni nel modo più antico del mondo: possedendo fisicamente più isolotti possibili. Su questi isolotti vengono impiantate delle installazioni militari più o meno grandi: attracchi per navi, aeroporti, stazioni radar o meteorologiche, oppure semplici fari.

Ovviamente, non si può costruire dappertutto, ma solo sulle isole maggiori. Bene, queste sono una ventina scarsa, e naturalmente sono state le prime ad essere attrezzate, da Malaysia, Taiwan, Filippine e Vietnam (in particolare gli ultimi due Paesi). La situazione per i cinesi era abbastanza avvilente, dato che non possedevano nemmeno uno scoglio utilizzabile.

Allora la Cina ha deciso di fare le cose in grande: visto che non c’erano isole disponibili, iniziò a crearle. Non è uno scherzo. Prima i tecnici cinesi iniziarono a selezionare dei bassi fondali, delle scogliere, degli atolli che avessero determinate caratteristiche. Successivamente, iniziarono ad accumulare sulla zona prescelta sassi, blocchi di cemento, ecc. Infine presero la sabbia direttamente dai fondali marini e ricoprirono il tutto, compattandola.

Isola artificiale
I cinesi “al lavoro” per allargare una delle isole. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Navy. US Public Domain

Dato che non sono naturali ma interamente costruite dall’uomo, queste isole sono ottimizzate per essere delle basi militari: moli per navi, piste di atterraggio, radar, missili antinave, installazioni per missili balistici, sistemi di difesa, ricoveri corazzati per aerei, bunker… Insomma, delle vere fortezze. Certo, ci sarebbe qualche “piccolo” problema con la scarsa altezza sul livello del mare, la salsedine (che gli apparati elettronici non amano troppo) ed in generale la resistenza di queste strutture sul lungo periodo, ma per i cinesi le esigenze strategiche giustificano le difficoltà (ed i costi).

Vista la competizione sempre più elevata, i filippini hanno avuto un’idea semplice e per certi versi geniale: invece di dannarsi per creare isole, presero una nave e la fecero incagliare in un punto strategico.

La BRP Sierra Madre

La nave prescelta per questa “missione” è stata la BRP Sierra Madre, una ex nave da sbarco di costruzione statunitense risalente alla seconda guerra mondiale. Si trattava di una LST (Landing Ship, Tank), ovvero di un’unità navale progettata per sbarcare soldati e veicoli direttamente sulle spiagge, senza bisogno di un molo.

Questo tipo di navi sono ancora oggi molto utilizzate in giro per il mondo.

USS LST-821/USS Harnett County

La Sierra Madre venne costruita nel 1944 negli Stati Uniti con il nome di USS LST-821. Si tratta di una tipica nave da sbarco degli anni quaranta, derivata da un modello inglese (tanto che viene chiamata LST Mk.2) e costruita in varie versioni. La protagonista della nostra storia appartiene alla sottoclasse LST-542: 1.600 tonnellate a vuoto e 4.000 a pieno carico, lunga 100 metri e capace di una velocità massima di 12 nodi (circa 22 km/h). Alla costruzione, era armata con un cannone da 76 mm, 8 da 40 mm e 12 da 20 mm.

La LST-821 partecipò alla battaglia di Okinawa, e poi, finita la guerra, venne messa in riserva. Qui, nel 1955, gli cambiarono nome in USS Harnett County.

La guerra del Vietnam costrinse gli Stati Uniti a mobilitare il mobilitabile, e quindi nel 1966 la nostra nave venne tirata fuori dalla naftalina e tornò in servizio. Come si può vedere dalla sua storia (link a Wikipedia alla fine dell’articolo), praticamente venne utilizzata ininterrottamente per ben 43 mesi, in quel micidiale carnaio che furono le acque del Delta del Mekong.

Gli Stati Uniti la radiarono nel 1970.

Sierra Madre 1966
La Sierra Madre intorno al 1966 (all’epoca si chiamava USS Harnett County). Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Navy. US Public Domain

RVNS My Tho (HQ-800)

Ma la sua esperienza in Vietnam non era finita: aveva solo cambiato padrone. Gli Stati Uniti, infatti, la trasferirono alla marina sudvietnamita, che la chiamò RVNS My Tho (HQ-800).

La nave continuò ad essere utilizzata in Vietnam fino alla caduta di Saigon, nel 1975. Allora, con una flottiglia di oltre 30 navi, la My Tho salpò alla volta della baia filippina di Subic, dove fu internata.

Il servizio con la marina filippina della BRP Sierra Madre

I filippini misero la nave in servizio nella loro marina un anno dopo, e la chiamarono BRP Sierra Madre (BRP sta per Barko ng Republika ng Pilipinas, ovvero Nave della Repubblica delle Filippine). Qui ebbe una tranquilla vita operativa, almeno fino al 1999.

La BRP Sierra Madre alle Spratly

Nel 1999, la marina filippina fece intenzionalmente incagliare la nave sul Secondo Banco di Thomas. Motivo molto semplice: sostenere le rivendicazioni del Paese asiatico sull’arcipelago. Giusto per ribadire le sue intenzioni, la Sierra Madre da allora ha un distaccamento di marines a bordo. Per la cronaca, la nave è regolarmente in servizio.

Praticamente, la vecchia LST è stata trasformata in un vero e proprio avamposto, utilissimo per le rivendicazioni geopolitiche: una vera e propria “area sovrana” delle Filippine in mezzo al mare.

Nemmeno a dirlo, i cinesi non l’hanno presa bene. Molto spesso, le navi della Repubblica Popolare cercano di ostacolare i rifornimenti alla Sierra Madre, così come il ricambio del personale (passare mesi su una nave incagliata non è proprio il massimo della vita). I cinesi non ci vanno leggeri: la loro guardia costiera mantiene una sorveglianza costante sulla nave, bloccando le imbarcazioni con le provviste (spesso vengono usati i cannoni ad acqua).

Ma i filippini non demordono: la nave continua ad essere rifornita via mare e, se questo non è possibile, grazie agli elicotteri. Non solo: i vertici della marina, nel 2015, hanno anche deciso di fare dei lavori a bordo, in modo da renderla più abitabile.

La Cina continua a richiedere la rimozione del relitto, ma puntualmente la Repubblica delle Filippine rifiuta.

Insomma, una nave da sbarco degli anni quaranta, usata in Vietnam ed internata nelle Filippine, oggi è stata trasformata in un avamposto per rivendicazioni geopolitiche, una piccola fortezza di metallo arrugginito in mezzo al mare, difesa da una manciata di marines. Il tutto facendo andare in bestia i cinesi.

Niente male come carriera, eh?

Isola artificiale cinese
Una delle isole artificiali cinesi. Si vedono molto bene le strutture e la pista di atterraggio. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: Tony Peters. CC BY 2.0

Fonti

(immagine di copertina derivata da Wikimedia Commons. Credits: US Navy. US Public Domain)