Memoriale del K-141 Kursk

I sottomarini nucleari affondati complessivamente sono stati nove: sette tra russi e sovietici e due statunitensi, inclusi quelli autoaffondati. Quella che segue è la lista di questi sottomarini. Ce ne sta uno, il K-429, che è affondato due volte ed ovviamente è stato contato una sola volta.

Sottomarini nucleari americani affondati

USS Threscher (classe Permit)

10 aprile 1963, 190 miglia a est di Cape Cod. Il sottomarino era impegnato in alcune prove in profondità assistito dalla nave appoggio Skylark al largo di Cape Cod (Massachusetts), dopo che era stato sottoposto a lavori di revisione. Dopo aver segnalato alcuni problemi, improvvisamente il Thresher interruppe tutte le comunicazioni. Ci si rese subito conto che l’unità era affondata, e la Skylark diede subito l’allarme. La tragedia, che provocò 129 morti (tutto l’equipaggio), fu quasi sicuramente provocata da una perdita da una delle tubature interne del sottomarino, che avrebbe provocato un allagamento nella sala motori, con conseguente black-out e spegnimento automatico del reattore.

Il ghiaccio che si era formato sulle valvole, inoltre, impedì il funzionamento delle casse di zavorra, con il risultato che il Thresher iniziò ad inabissarsi di poppa. Il problema fu che l’incidente avvenne in acque piuttosto profonde, quindi il sottomarino raggiunse la quota di implosione dello scafo prima che l’equipaggio riuscisse a riavviare il reattore. La marina americana individuò il relitto l’anno successivo a 2.600 metri di profondità, dove giace ancora oggi.

USS Scorpion (classe Skipjack)

22 maggio 1968, 400 miglia a sud ovest delle Azzorre. Il sottomarino affondò per cause imprecisate a 400 miglia al largo delle Azzorre, con tutti i 99 uomini di equipaggio. Le ipotesi sono le più varie: dal guasto tecnico al siluro partito accidentalmente dal sottomarino stesso, che lo avrebbe colpito… Lo Scorpion, tuttavia, aveva già avuto in precedenza dei problemi, dovuti essenzialmente alla mancanza di manutenzione. Nel 1964, per una missione improvvisa, la revisione era stata interrotta, e nel 1967 ne venne effettuata una molto frettolosa, sempre per la necessità di avere sottomarini nucleari operativi. Il relitto è stato localizzato e fotografato, ma trovandosi a 3.000 metri di profondità non è mai stato tentato un recupero. Le cause dell’affondamento rimangono ancora oggi un mistero.

Relitto USS Scorpion
La prua dello USS Scoprion, fotografata a 3.000 metri di profondità, sul fondo dell’oceano. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Military. US Public Domain

Sottomarini nucleari sovietici e russi affondati

K-8 (classe November)

12 aprile 1970, Golfo di Biscaglia. Durante l’esercitazione Okean-70, un corto circuito in due compartimenti provocò un incendio a bordo, che coinvolse l’impianto dell’aria condizionata. Il sottomarino in avaria fu costretto ad emergere nonostante il mare mosso. A causa delle pessime condizioni meteo, il K-8 affondò con parte dell’equipaggio mentre altre unità sovietiche cercavano di rimorchiarlo. Nella disgrazia, complessivamente morirono 52 uomini incluso il comandante. Il sottomarino giace a 4.600 metri di profondità.

K-27 (classe November)

6 settembre 1982, vicino la Nuova Zemlya. Il 24 maggio 1968, durante alcune prove in immersione alla massima velocità nel Mare di Barents, il reattore ebbe un calo di potenza, che portò ad un rilascio massiccio di raggi gamma e gas radioattivi. Il comandante sottovalutò il problema, e non ordinò l’emersione rapida (né, tantomeno, informò l’equipaggio di quanto era accaduto). Solo successivamente venne dato l’allarme. Il risultato fu la contaminazione di tutti i 124 membri dell’equipaggio, di cui dieci in modo grave (quattro morirono entro un mese, ed un’altra trentina fino al 2003).

Il K-27 rimase ormeggiato a Gremikha per ulteriori test fino al 1973, quando i vertici della marina decisero che le riparazioni sarebbero state troppo costose. Quindi, nel 1979 i tecnici misero in sicurezza il compartimento reattore, e lo riempirono di sostanze particolari per non far uscire le radiazioni. Il 6 settembre 1982, i sovietici autoaffondarono il sottomarino in un’area test vicino alla Novaya Zemlya, ignorando completamente le raccomandazioni dell’Agenzia Atomica Internazionale (l’Agenzia prevede che un sottomarino possa essere autoaffondato in presenza di un fondale superiore a 1.000 metri, i sovietici lo fecero in 33). Il relitto è ancora lì, e si sta valutando il recupero dei due reattori.

K-429 (classe Charlie I), il sottomarino nucleare che affondò due volte

Il K-429 è, ad oggi, l’unico sottomarino nucleare che sia affondato due volte.

La prima, il 24 giugno 1983, al largo di Petropavlovsk-Kamchatsky. Nonostante il sottomarino fosse in revisione dopo una lunga crociera, il comandante della Flotta del Pacifico ordinò che prendesse parte ad un’esercitazione. Il comandante Suvorov cercò invano di opporsi alla missione, per la quale il battello non era pronto. Nell’impossibilità di rintracciare tutta la ciurma (che era in licenza), Suvorov fu costretto a riempire i vuoti con i marinai del porto. Il risultato fu che, di 120 uomini a bordo, una quarantina non erano mai stati sul K-429, e non avevano alcun addestramento specifico. Il comandante, prima di dirigersi verso l’area test, decise di fare una prova di immersione. Il problema fu che il K-429, mentre era in porto, aveva l’impianto di ventilazione completamente aperto, con parecchi sistemi automatici di sicurezza disabilitati.

Il risultato fu catastrofico: la parte di prua venne invasa dall’acqua, con 14 uomini che rimasero uccisi praticamente subito. Quando finalmente il sistema di ventilazione venne messo in sicurezza, il battello giaceva a 39 metri sul fondo del mare. Visto che era in revisione, il K-429 non aveva a bordo né le boe di emergenza, né tantomeno la capsula di salvataggio: quindi l’equipaggio non poteva né uscire, né comunicare con l’esterno. Il comandante Suvorov, speranzoso, decise di attendere: in fondo, nell’area test lo stavano aspettando, e non vedendolo si sarebbero preoccupati. Dopo un’intera giornata di attesa, due marinai, offertisi volontari, uscirono dai tubi lanciasiluri, riemersero e nuotarono fino a riva in cerca di aiuto.

Finalmente, alle sette di sera del 25 giugno, una nave di soccorso localizzò il K-429 ed iniziò ad evacuare l’equipaggio. Durante le operazioni, altri due uomini morirono, ma per le 23:00 il battello era vuoto. Alla fine, il comandante Suvorov venne arrestato e condannato a 10 anni di carcere. In compenso, l’ammiraglio Yerofeyev, il comandante della Flotta del Pacifico, colui che aveva ordinato l’esercitazione, fu promosso al comando della Flotta del Nord. Il K-429 venne recuperato e tornò in servizio.

La seconda volta il K-429 affondò il 13 giugno 1985, mentre era ormeggiato in una base della Flotta del Pacifico. A quel punto il relitto fu recuperato e demolito.

K-219 (classe Yankee I)

6 ottobre 1986, Fossa di Hatteras (al largo delle Bermuda). Il 3 ottobre, mentre il sottomarino era in navigazione al largo delle Bermuda, un’infiltrazione di acqua in uno dei pozzi di lancio degli R-27 provocò una reazione chimica con i residui del combustibile liquido del missile, con conseguente incendio ed esplosione. Quest’ultima provocò una falla nello scafo, ed il K-219 iniziò ad imbarcare acqua.

Completamente fuori controllo, il sottomarino raggiunse i 300 metri di profondità (dai 40 dove si trovava al momento dell’incidente). Solo a quel punto, sigillando i compartimenti ed attivando tutte le pompe, l’equipaggio riuscì ad arrestare la discesa: un altro centinaio di metri e lo scafo sarebbe probabilmente imploso a causa della pressione. Oltretutto, l’incendio aveva provocato un corto circuito, mettendo fuori uso il sistema di raffreddamento del reattore, con conseguente rischio di fusione del nocciolo. Il sistema di arresto di emergenza (chiamato SCRAM) non funzionò come avrebbe dovuto, a causa delle alte temperature che avevano impedito il corretto inserimento di quattro barre di controllo.

L’unico modo per impedire un disastro fu quello di entrare fisicamente nel locale reattore ed inserire manualmente le barre, esponendosi a dosi letali di radiazioni: esattamente quello che fecero l’ufficiale responsabile del reattore, Nikolay Belikov, ed il suo sottoposto Sergei Preminin. Lavorando in condizioni proibitive, i due riuscirono ad inserire tre delle quattro barre, poi Belikov perse conoscenza a causa delle elevatissime temperature. Preminin, lavorando da solo, con una temperatura di 70° in un ambiente contaminato, riuscì a completare il lavoro (bisogna considerare che gli alloggiamenti delle barre erano deformati dal calore). Purtroppo il marinaio rimase intrappolato all’interno, del compartimento a causa della differenza di pressione tra i vari ambienti che di fatto “sigillò” il portello di uscita, e morì di asfissia e per le elevate temperature.

Una volta messo in sicurezza il sottomarino, il capitano ordinò l’emersione. Il comando della marina sovietica ordinò ad una nave da carico di rimorchiare il K-219 fino a Gadzhiyevo, una delle basi della Flotta del Nord, distante qualcosa come 7.000 km. Ma la cosa non era fattibile: i gas venefici a bordo del K-219 resero impossibile la permanenza dell’equipaggio, ed il comandante Britanov ordinò di abbandonare la nave e trasferirsi a bordo del mercantile.

Il comando sovietico non la prese benissimo: rimosse Britanov dall’incarico ed ordinò al secondo di assumere il comando, riportando l’equipaggio a bordo. Ma questi ordini non vennero mai eseguiti: il sottomarino continuava ad imbarcare acqua, ed affondò il 6 ottobre. I suoi resti giacciono sul fondo della fossa di Hatteras, a 6.000 metri di profondità.

Complessivamente, l’incidente provocò quattro morti. Nel 1988, una nave da ricerca idrografica localizzò il relitto: spezzato in due, con i due reattori ormai spenti, alcuni pozzi di lancio aperti ed i missili balistici (con le relative testate) sparsi sul fondale. Sulla vicenda è stato scritto un libro, Hostile Waters, da cui poi è stato tratto un film, Minaccia nell’Atlantico. Il comando sovietico fece di tutto per dare la colpa a “cause esterne”, senza ammettere di aver avuto un problema. Prima di tutto, incolparono Britanov di tradimento, sabotaggio e negligenza, e lo rimossero dall’incarico.

Mentre era in attesa di processo, però, il ministro della difesa Sokolov cadde in disgrazia e dovette dimettersi (un certo Mathias Rust, un tedesco della Germania Ovest, con il suo aereo Cessna aveva “bucato” la difesa aerea sovietica ed era atterrato sulla Piazza Rossa). Le accuse contro Britanov quindi caddero. Inoltre i sovietici, in via non ufficiale, incolparono gli americani dell’incidente: secondo loro, infatti, il K-219 sarebbe stato speronato dallo USS Augusta, che operava in quella zona. La circostanza venne negata sia dagli americani (ovviamente), sia dal comandante in seconda del sottomarino sovietico.

K-219 in avaria
Il K-219 in emersione, dopo l’esplosione nel pozzo di lancio di uno dei missili. Si vedono molto bene i danni alla sovrastruttura, con il fumo che fuoriesce. Il K-219 affondò il 6 ottobre 1986, tre giorni dopo l’incidente. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Military. US Public Domain

K-278 Komsomolets (classe Mike)

7 aprile 1989, Mare di Barents (nella zona dell’Isola degli Orsi). Mentre il sottomarino era in navigazione, un corto circuito provocò un incendio a bordo. Le fiamme iniziarono a propagarsi rapidamente, provocando l’arresto automatico d’emergenza del reattore. Senza propulsione e con i controlli idraulici fuori uso, il K-278 riuscì a riemergere dopo undici minuti.

Le fiamme, alimentate dall’aria compressa che fuoriusciva dalle condutture, resero la situazione insostenibile. Nonostante le richieste di soccorso, si presentò un singolo aereo, che lanciò alcuni canotti gonfiabili e zattere di salvataggio: questi però non poterono essere raggiunti, a causa delle pessime condizioni meteo.

Alle quattro e mezza del pomeriggio, il sottomarino iniziò ad affondare. A questo punto, l’equipaggio si lanciò in acqua, cercando (spesso invano) di raggiungere alcune piccole imbarcazioni di emergenza che erano state lanciate direttamente dal K-278. Molti uomini finirono nelle acque gelide e, non indossando indumenti adatti, morirono di ipotermia (la temperatura dell’acqua era di circa 2°). Il sottomarino si inabissò poco dopo, con a bordo sei uomini incluso il capitano. Cinque di questi riuscirono ad abbandonare il battello grazie alla capsula di salvataggio nella falsatorre, ma una volta giunti in superficie solo uno riuscì ad abbandonarla prima che affondasse.

Complessivamente, su 69 uomini di equipaggio, solo 25 vennero recuperati vivi da un peschereccio giunto sul posto dopo le sei del pomeriggio. Il relitto giace a 1.700 metri di profondità, e viene costantemente monitorato per via delle radiazioni.

K-278 Komsomolets in immersione
Disegno raffigurante il K-278 Komsomolets in immersione. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: DIA. US Public Domain

K-141 Kursk (classe Oscar II)

12 agosto 2000, Mare di Barents (al largo di Severomorsk). Durante un’esercitazione vicino la base di Severomorsk, nella Penisola di Kola, un’esplosione a bordo del sottomarino provocò l’allagamento dei locali. Su 118 uomini di equipaggio, appena 23 riuscirono a rifugiarsi nel nono compartimento, in coda al battello. La marina russa era completamente impreparata a gestire una situazione del genere, ma ci provò ugualmente, rifiutando l’aiuto di altri Paesi. Mente inizialmente i vertici della VMF negavano pubblicamente l’incidente, parlando di una “piccola avaria” e “situazione sotto controllo”, la marina inviò praticamente tutto quello che aveva in zona per localizzare e soccorrere il Kursk.

La prima ad arrivare sul posto fu la vecchia nave per soccorsi subacquei Mikhail Rudnitsky, che con i due minisommergibili (DSRV) della classe Priz (AS-32 ed AS-34) che aveva a bordo fece l’impossibile per raggiungere il portello di emergenza del nono compartimento. Purtroppo il mare mosso creò parecchi problemi, uno dei due minisommergibili rimase danneggiato ed oltretutto le operazioni vennero ritardate dalla mancanza di batterie di ricambio (l’equipaggio dell’unico DSRV funzionante fu costretto ad aspettare che si ricaricassero). Successivamente giunsero sul posto anche il rimorchiatore SB-131 Nikolay Chiker e la gru galleggiante PK-7500, con un DSRV molto più moderno e performante (il Bester), ed infine la nave per soccorsi Altay. Il maltempo però continuò ad ostacolare i soccorsi.

Nel frattempo, il comandante della Flotta del Nord, l’ammiraglio Popov, continuava a sostenere pubblicamente che il sottomarino era intatto e che non c’erano state esplosioni. Dopo cinque giorni, il 17 agosto, i russi si rassegnarono a chiedere l’aiuto ad atri Paesi. Subito Norvegia e Gran Bretagna inviarono uomini e mezzi.

I russi tuttavia posero parecchie restrizioni alle loro operazioni: il Kursk era uno dei più moderni sottomarini della marina, e gran parte della strumentazione di bordo era (ed è ancora oggi) top secret. Il 21 agosto, finalmente, i soccorritori riuscirono ad aprire un varco nel nono compatimento, scoprendo che non vi erano più superstiti (questi erano morti sei ore dopo l’incidente: i soccorsi non sarebbero comunque arrivati in tempo).

Il Kursk venne successivamente recuperato: tutto il sottomarino venne riportato in superficie e successivamente demolito. L’unica eccezione fu la prua: questa venne tagliata quando il relitto era ancora sul fondo e lasciata lì, a causa della presenza di siluri inesplosi (tirarla su era troppo pericoloso. Inoltre, alcuni degli ordigni a bordo erano i segretissimi VA-111 Shkval). Successivamente, venne fatta esplodere. Indagini successive rivelarono che l’esplosione fu stata causata dalla perdita di carburante di un siluro, che avrebbe innescato un effetto a catena facendo detonare anche altri ordigni nel compartimento siluri, sventrando la prua del Kursk.

Probabilmente, furono la mancanza di addestramento dell’equipaggio o le pessime condizioni dei siluri a provocare il disastro. Si parlò anche della collisione con un’unita subacquea della NATO (alcuni sottomarini nucleari dell’Alleanza erano lì a monitorare l’esercitazione), ma si tratta di speculazioni non supportate da alcuna prova. In seguito, 12 alti ufficiali della Flotta del Nord, oltre al ministro della Difesa, vennero rimossi dall’incarico per responsabilità nell’incidente.

K-159 (classe November)

30 agosto 2003, Mare di Barents. Il sottomarino era stato radiato nel 1989, ed era in attesa di essere demolito (anche perché era ridotto veramente male). Mentre veniva rimorchiato al cantiere navale di Snezhnogorsk per la demolizione (per navigare gli erano stati agganciati dei pontoni, visto che era talmente arrugginito da non poter galleggiare da solo), affondò a causa di una tempesta. Morirono nove uomini di equipaggio. Il relitto è a 200 metri di profondità.

K-159 - Classe November
Il K-159, in attesa di demolizione. Sarebbe affondato nel 2003, mentre veniva rimorchiato a Polyarny. Immagine derivata da Wikimedia Commons. Credits: The Bellona Foundation. Licenza libera

Fonti

(immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons. Credits: Insider. CC BY-SA 3.0)