Pallone bomba giapponese

I palloni bomba (fūsen bakudan in giapponese, abbreviato con Fu-Go) furono una delle armi utilizzate dai giapponesi per colpire gli Stati Uniti continentali. Si trattava, in breve, di un pallone aerostatico con appese sotto alcune cariche esplosive, che avrebbe dovuto raggiungere il continente americano sfruttando i venti in alta quota. Dopo un certo numero di giorni, un meccanismo automatico avrebbe sganciato questi ordigni, “bombardando” gli Stati Uniti.

Un’arma semplice ma ingegnosa, con un’efficacia limitata ma che preoccupò parecchio i militari statunitensi.

Andiamo a scoprirla.

Contesto storico: la Guerra del Pacifico

Dopo l’attacco a Pearl Harbour, nel dicembre 1941, Giappone e Stati Uniti si erano affrontati senza esclusione di colpi. Tuttavia, le azioni di guerra avevano interessato, più che altro, le isole del Pacifico, con qualche sconfinamento in Alaska ed Australia, ma difficilmente i territori nazionali dei due contendenti. Questo per una semplice questione di distanze: Stati Uniti e Giappone erano troppo lontani per gli aerei dell’epoca.

Certo, c’erano stati degli episodi isolati (il raid Doolittle su Tokyo e qualche attacco proveniente dalla Cina da parte statunitense, isolate incursioni di sommergibili per i giapponesi), ma pensare ad azioni su larga scala era semplicemente impossibile.

Gli statunitensi iniziarono con gli attacchi in massa solo nel 1944, quando furono disponibili da una parte le basi adatte sulle isole Marianne, dall’altra un aereo (il Boeing B-29) che permetteva di coprire queste distanze.

I giapponesi non avevano niente del genere, e comunque sarebbe stato impensabile pensare di bombardare in modo convenzionale il territorio americano.

Quindi, furono costretti a trovare un’altra soluzione.

L’origine dei palloni bomba

I palloni bomba non nascono in Giappone, visto che furono usati per la prima volta dagli austro-ungarici durante l’assedio di Venezia nel 1848. Gli stessi giapponesi, inoltre, iniziarono a sviluppare il concetto ben prima della seconda guerra mondiale.

Negli anni venti, per essere precisi.

In questo periodo, gli scienziati nipponici iniziarono a studiare la fattibilità di usare dei palloni aerostatici per vari motivi: dai volantini propagandistici al trasporto truppe, passando ovviamente per le missioni di bombardamento.

Sempre nello stesso periodo, a puro scopo teorico, fu studiata la fattibilità di usare un pallone aerostatico per raggiungere gli Stati Uniti, sorvolando i circa 10.000 km di oceano che dividono i due Paesi.

Non era un’idea così strana: sull’oceano, tra i 10.000 e gli 11.500 metri di altezza, ci sono dei venti dominanti che viaggiano in direzione est-ovest a velocità comprese tra i 150 ed i 300 km/h. Insomma, un pallone alla giusta quota avrebbe potuto veramente raggiungere un altro continente!

Durante la seconda guerra mondiale, il generale Kusaba riprese l’idea, ma fu solo nel 1942 che le autorità autorizzarono lo studio pratico di un pallone bomba per bombardare il territorio americano.

Descrizione tecnica dei palloni bomba giapponesi

Com’erano fatti questi palloni? In affetti, erano piuttosto semplici. Andiamo a vederli meglio.

Struttura dei palloni bomba giapponesi

Un pallone bomba giapponese aveva un diametro di circa 10 metri. L’involucro era realizzato usando numerosi strati di carta pergamena, uniti da colla vegetale. Può sembrare una soluzione antiquata, ma in realtà era molto efficace: questo involucro era perfettamente stagno e non faceva uscire l’idrogeno, al contrario della “moderna” gomma. Quindi, il pallone rimaneva “pieno” per tutto il viaggio.

Il carico utile era di 450 kg, così suddivisi:

  • un meccanismo automatico con una bilancia barometrica ed alcuni sacchetti di sabbia;
  • tre-quattro bombe esplosive da 15 kg o incendiarie più piccole.

Il tutto era contenuto in una “scatola” metallica appesa sotto al pallone, che conteneva la strumentazione ed il carico bellico/zavorra appesi ad una struttura a raggi.

Carico utile di un pallone bomba
Il carico utile di un pallone bomba giapponese. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Navy National Museum. US Public Domain

Funzionamento di un pallone bomba

Ma come funzionava uno di questi palloni bomba? Vediamolo in modo schematico.

  • Il pallone veniva sganciato e raggiungeva la quota utile (10.000-11.500 metri). Poi iniziava il suo viaggio.
  • Quando scendeva al di sotto di una certa quota, il meccanismo barometrico apriva una valvola che rilasciava un po’ di idrogeno, oltre a sganciare uno o due sacchetti di zavorra.
  • Il pallone in questo modo tornava alla giusta altezza.
  • Quando la zavorra finiva ed il pallone scendeva sotto una certa quota, voleva dire che era arrivato a destinazione (almeno secondo i calcoli degli scienziati): solo a questo punto sganciava le bombe.

Il sistema era semplice e geniale, ma molto impreciso: in pratica, occorreva lanciarne un grosso numero e sperare che colpissero qualcosa, dopo aver superato l’oceano.

I palloni bomba in azione

I giapponesi iniziano i lanci

I giapponesi iniziarono i lanci nella primavera del 1944. Dopo alcuni insuccessi e le indispensabili modifiche, i palloni bomba iniziarono a funzionare a dovere. O meglio, così sembrava.

I problemi essenzialmente erano due.

  • Prima di tutto, i giapponesi non avevano modo di sapere quanti palloni arrivavano effettivamente a destinazione. Avevano calcolato che ne sarebbero giunti sul bersaglio il 10% del totale, ma controllare era impossibile. Quindi, alcuni palloni furono “accompagnati” da altri con un trasmettitore al posto del carico bellico, così da capire se raggiungevano gli Stati Uniti. L’unici modo sarebbe stato quello di leggere i giornali americani, ma le autorità statunitensi imposero il silenzio su tutta la vicenda.
  • Poi c’era la scarsa potenza degli ordigni: le bombe da 15 kg erano troppo piccole. Le uniche che avrebbero potuto provocare danni erano quelle incendiarie, ma dovevano cadere nei posti giusti… Discorso diverso sarebbe stato se queste bombe fossero state caricate con armi biologiche.

I militari giapponesi in realtà ci avevano pensato: perché non mettere un po’ di bacilli dell’antrace o della peste polmonare dentro queste bombe? In fondo, il Giappone aveva un discreto programma di armi biologiche.

Fu l’imperatore Hirohito a bloccare tutto, proibendo di usare armi di questo tipo.

Pallone bomba in volo
Un pallone bomba in volo. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Army. US Public Domain

Le paure ed il silenzio degli Alleati

Gli statunitensi capirono che i giapponesi stavano architettando qualcosa di strano quando iniziarono a ritrovare pezzi di pallone in mare o nei boschi. L’FBI fu allertato, ed entro il Natale 1944 i tecnici erano riusciti a ricostruire i piani dei palloni. In realtà non fu molto difficile: questi ordigni si rivelarono abbastanza inaffidabili, tanto che parecchi furono rinvenuti sgonfi ma integri. Spesso infatti il meccanismo automatico faceva cilecca.

I palloni bomba giapponesi, tuttavia, erano una minaccia che non poteva essere ignorata. Il motivo era molto semplice: visto che ordigni così piccoli (le già citate bombe da 15 kg) sono inutili, sicuramente devono servire a qualcos’altro, magari ad un attacco biologico. Questo era, alla fine, il grande terrore statunitense: che i giapponesi caricassero armi biologiche (virus, batteri e simili) su questi palloni, provocando epidemie in America.

In effetti, i militari del Sol Levante ci avevano pensato: fu solo grazie all’intervento dell’imperatore se non lo fecero.

Le autorità statunitensi e canadesi, comunque, vietarono alla stampa qualunque riferimento ai palloni: sia per non terrorizzare la popolazione, sia per non dare ai giapponesi informazioni sull’efficacia dei loro attacchi.

Pallone bomba in volo
Un pallone bomba in volo sul Nord America. Il pallone è ormai in fase di atterraggio. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: US Navy National Museum. US Public Domain

Le contromisure alleate

Gli statunitensi non si limitarono ad imporre il silenzio sulla faccenda, ma studiarono anche dei modi per contrastare questi palloni.

La difesa più ovvia era l’aviazione: i piloti dei caccia avevano l’ordine di sparare a vista se ne avessero incontrato uno. Diversi reparti aerei furono mobilitati, sia negli Stati Uniti che in Canada.

Gran parte dell’avvistamento di questi palloni era fatto “a vista”, dato che tutti i tentativi di individuarli grazie ai radar fallirono o risultarono poco efficaci.

Intercettazione pallone bomba
Sequenza fotografica dell’intercettazione di un pallone bomba giapponese. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: 11th Air Force Fighter. US Public Domain

I danni dei palloni bomba

Ma alla fine, i palloni bomba giapponesi fecero qualche danno?

Beh, prima di tutto qualche numero.

Complessivamente, ne furono lanciati 9.000 (o 6.000 su 9.000 costruiti, non si sa bene), e solo alcune centinaia arrivarono a destinazione. Complessivamente, furono ritrovati i resti di circa 450-550 palloni, a cui se ne deve aggiungere un altro centinaio esploso in volo o abbattuto. Gli statunitensi comunque stimarono che un migliaio di palloni aveva raggiunto il loro territorio.

I danni furono ben miseri: qualche principio di incendio in un bosco, danni sparsi… Insomma, niente di che. A parte due occasioni.

  • Il 10 marzo 1945, l’esplosivo di uno dei palloni provocò l’interruzione di una linea elettrica. Fu un grosso danno, visto che quella linea alimentava l’edificio con il reattore nucleare dove veniva prodotto il plutonio per il programma nucleare.
  • Il 5 maggio 1945, in Oregon, alcuni ragazzi in gita parrocchiale trovarono un pallone bomba intatto. Ovviamente non sapevano di cosa si trattava, e per errore fecero esplodere gli ordigni. Morirono cinque ragazzi tra gli 11 ed i 14 anni e la moglie incinta del pastore della chiesa, di 26 anni. A quanto se ne sa, sono state le uniche vittime di questi palloni.

La fine degli attacchi giapponesi

I giapponesi interruppero i lanci nel maggio 1945: il silenzio imposto dalle autorità alleate aveva funzionato! I nipponici, infatti, si convinsero che i palloni non erano capaci di raggiungere il territorio americano, e che quindi in sostanza stavano sprecando risorse preziose. Lo stesso generale Kusaba, responsabile del programma, fu accusato di sperperare il denaro dello Stato.

Paradossalmente, i giapponesi interruppero la campagna di lanci proprio nel momento a loro più favorevole: l’estate era ormai prossima, e le foreste americane sempre più secche. I palloni, con le loro bombe incendiarie, avrebbero potuto causare danni considerevoli.

Nonostante il loro scarso successo, i palloni bomba giapponesi sono stati la prima arma intercontinentale mai realizzata, nonché l’attacco più a lungo raggio mai condotto fino al 1982 (i raid aerei dell’Operazione Black Buck, durante la Guerra delle Falkland).

Il dopoguerra

Gli Stati Uniti ebbero la certezza che i palloni bomba non erano stati usati dai giapponesi per trasportare armi biologiche solo a guerra conclusa. Solo allora i vertici militari tirarono un grosso sospiro di sollievo.

Il pericolo dei palloni però non era finito. Parecchie centinaia avevano raggiunto il Nord America, ed i ritrovamenti di questi ordigni proseguirono negli anni successivi.

Per la cronaca, l’ultimo pallone bomba giapponese è stato ritrovato nella Columbia Britannica (Canada) nell’ottobre 2019, da un cacciatore.

Fonti

(immagine di copertina derivata da Wikimedia Commons. Credits: US Navy National Museum. US Public Domain)