Incrociatore Murmansk

Vi siete mai chiesti quale sia la più grande marina militare del mondo? Beh, la risposta è abbastanza semplice: quella americana. La US Navy, infatti, batte i contendenti in modo abbastanza netto. Se poi continuiamo a scorrere la classifica, nella “top ten” troviamo, nell’ordine, Cina, Russia, Giappone, Gran Bretagna, Francia, India, Sud Corea, Italia e Taiwan (la Russia a volte compare al secondo posto, ma le prime dieci comunque sono queste). Se andassimo nel 1990, probabilmente la situazione non sarebbe troppo diversa: Unione Sovietica stabilmente al secondo posto e Paesi europei più in alto in graduatoria, ma i nomi più o meno resterebbero quelli. Tutti tranne uno: al sesto posto, infatti, troveremmo la PepsiCo Inc. Che ovviamente non è uno Stato sovrano, ma un’azienda americana. E che produce la Pepsi Cola.

Una “flotta Pepsi” dunque. Ma com’è stato possibile che un’azienda americana si sia ritrovata la sesta flotta del mondo? E soprattutto, perché queste navi avevano tutte la stella rossa della marina sovietica?

Anche se le guerre commerciali sono senza esclusione di colpi, la Pepsi non aveva alcuna intenzione di mandare un incrociatore a risalire il Chattahoochee, raggiungere Atlanta e prendere a cannonate la sede degli storici rivali! Sarebbe stata una trama per un discreto film trash ma non era questa la loro intenzione.

In realtà, le origini di queste navi vanno ricercate in una serie di accordi commerciali tra la PepsiCo Inc. e l’Unione Sovietica, risalenti agli anni settanta. Una storia curiosa che merita di essere raccontata.

Sede Pepsi
La sede della PepsiCo Inc. Fonte: Wikimeda Commons. Credits: Peter Bond. CC BY-SA 2.0

Marketing alternativo

Scambi culturali

Le origini della nostra Flotta Pepsi risalgono alla fine degli anni cinquanta. Stati Uniti ed Unione Sovietica, in un’ottica di distensione politica, avevano deciso una sorta di “scambio culturale”: organizzare delle vere e proprie “esposizioni” in casa dell’altro per mostrare alla popolazione il proprio stile di vita e gli oggetti di uso comune. Occorre subito dire che entrambi i Paesi la intesero come una formidabile opportunità propagandistica per mostrare la propria superiorità sull’avversario, spacciando per oggetti di uso comune roba che il comune mortale poteva solo sognare davanti ad una vetrina (o che era appena uscita da un laboratorio ed esisteva solo come prototipo, tipo il robot aspirapolvere americano).

La prima di queste esposizioni si tenne a New York nel 1958, ed i sovietici portarono il meglio dei loro prodotti tecnologici. Gli americani contraccambiarono l’anno successivo a Mosca con l’American National Exhibition.

Kendall ed il “dibattito della cucina”

Qui entra in gioco un certo Donald Kendall, all’epoca vice direttore marketing della Pepsi, che aveva avuto un’idea geniale ma rischiosa: portare uno stand mastodontico all’expo di Mosca e cercare di pubblicizzare il marchio. Visto che probabilmente aveva fatto tutto quasi scavalcando la dirigenza e la cosa era costata un sacco di soldi, aveva bisogno di risultati eclatanti. La sua idea, per giustificare le spese e salvare la missione (e la sua carriera) era molto semplice: mettere un bicchiere di Pepsi in mano al premier sovietico Khrushchev, possibilmente alla presenza di fotografi. Il bello è che ci riuscì.

Il giorno dell’inaugurazione, il capo di Stato sovietico rimase coinvolto in un acceso scambio di opinioni con l’allora vicepresidente Nixon. Il tema era molto delicato: partendo da una cucina superaccessoriata (sarebbe passato alla storia come il “Dibattito della Cucina”), i due si misero a discutere dei pregi e dei difetti dei due rispettivi sistemi economici. Successivamente, Nixon condusse un Khrushchev provato dal lungo confronto presso lo stand della Pepsi: e qui comparve Kendall, che offrì al premier sovietico un bicchiere della fresca bevanda. Questi lo accettò di buon grado e la foto fece il giro del mondo.

Dibattito in cucina
Un’immagine del cosiddetto “dibattito in cucina”. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: O’Halloran, Thomas J. Licenza libera

Missione compiuta!

In realtà, la cosa avvenne con la complicità di Nixon: il giorno prima, infatti, il dirigente della Pepsi aveva avvicinato il vice presidente americano e gli aveva spiegato la situazione. Quindi, fu il futuro presidente degli Stati Uniti a portare un inconsapevole Khrushchev sul “luogo del delitto”.

La Pepsi in URSS

Alcuni anni dopo, la PepsiCo Inc. mise a segno un altro colpo: vendere la propria bevanda in Unione Sovietica. Kendall era diventato presidente della sua azienda, e Nixon degli Stati Uniti. I due tra l’altro erano anche diventati amici. Approfittando della situazione favorevole, quindi, nel 1972 Kendall riuscì a concludere un accordo con Brezhnev per la vendita della bibita gassata in Unione Sovietica, ottenendo un’esclusiva ventennale e la costruzione di alcuni stabilimenti sul territorio del Paese socialista.

C’era però un piccolo problema: il pagamento. La valuta sovietica, il rublo, non era convertibile: in pratica, fuori dall’URSS non aveva alcun valore, ed i sovietici non avevano alcuna intenzione di utilizzare le loro riserve in moneta straniera per comprare bibite. Quindi, le parti raggiunsero un accordo curioso: la Pepsi avrebbe fornito all’Unione Sovietica le tecnologie ed i macchinari per produrre la Pepsi (con tutte le relative licenze), ed in cambio avrebbe ricevuto un valore equivalente in vodka Stolnichnaya (che era prodotta direttamente dal governo), con esclusiva di vendita per gli Stati Uniti. Una sorta di moderno baratto.

La nascita della flotta Pepsi

Il rinnovo dell’accordo

Alla fine degli anni ottanta, si pose il problema di rinnovare l’accordo (che, lo ricordiamo, era ventennale). I sovietici lo volevano trasformare in qualcosa di permanente, ma si ripresentò lo stesso identico problema: il pagamento. Il rublo, nonostante tutte le aperture di Gorbachev, continuava a non essere convertibile. Oltretutto, l’economa sovietica non se la passava affatto bene e quindi di utilizzare valuta straniera non se ne parlava. I prodotti della patria del socialismo poi non è che fossero richiestissimi in giro per il mondo (quante automobili Lada avete visto in giro per le strade, esclusa la Niva?). Pagare in vodka stavolta non sarebbe bastato.

I sovietici quindi ebbero un’idea: pagare in armi. Navi, nello specifico. Le forze armate sovietiche, infatti, in quel periodo erano sottoposte ad una vera e propria “cura dimagrante”, che prevedeva la radiazione dei modelli più vecchi. La marina (VMF) non sfuggì a questo processo: nelle file della VMF infatti girava roba risalente agli anni cinquanta, sottomarini nucleari considerati “fabbriche di tumori” per le loro scarse protezioni alle radiazioni, oltre a centinaia di unità convenzionali ormai obsolete e che servivano solo a fare numero.

L’accordo proposto era qualcosa del genere: “Noi vi vendiamo queste navi, poi voi ci fate quello che vi pare”. La Pepsi non aveva molte alternative, anche perché l’economia sovietica non permetteva “baratti” di altro tipo.

Nasce la “Flotta Pepsi”

E fu così che l’azienda americana si ritrovò con la sesta flotta del mondo: un incrociatore, un cacciatorpediniere, una fregata e diciassette sommergibili, oltre che una serie di petroliere civili piuttosto nuove. Ovviamente, le navi militari erano già state tutte radiate, ed erano buone solo per essere vendute per la demolizione. Per dire, i sottomarini furono valutati 150.000 dollari l’uno.

Purtroppo non sono riuscito a trovare un elenco completo delle navi della Flotta Pepsi, comunque ho trovato la testimonianza di un tale che assistette all’arrivo di alcune di queste presso i moli della società di demolizioni marittime Hughes Bolckow. Le foto rendono molto bene l’idea delle loro condizioni. La maggior parte dei sottomarini erano del tipo Progetto 613 (classe Whiskey per la NATO), ridotti allo stato di rottami. Uno di questi, per le pessime condizioni, affondò non appena scaricato dalla nave cargo, e dovette essere riportato in superficie. Inoltre ci furono parecchi problemi di inquinamento dovuti a combustibile, lubrificanti, ecc. Le stesse unità di superficie erano sostanzialmente dei relitti arrugginiti. Probabilmente, si trattava di unità che erano state radiate dalla marina sovietica già da diversi anni, e che erano in attesa di demolizione ancora prima di essere vendute.

S-189 classe Whiskey
Il sottomarino S-189, della classe Whiskey. Questo è perfettamente conservato (lo trovate a San Pietroburgo), quelli inviati in pagamento alla Pepsi erano ridotti a rottami. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: One half 3544. Public Domain

Le petroliere invece furono vendute alla Norvegia.

La famosa Flotta Pepsi, quindi, ebbe solo poche settimane di vita. E no, non ci fu nessuna cerimonia di alza bandiera sulle navi della Pepsi, con marinai sugli attenti a cantare l’inno aziendale.

Il valore complessivo dell’accordo fu di circa 300 milioni di dollari. Accordo che, purtroppo per la Pepsi, ebbe vita breve. Nel 1991, lo scioglimento dell’Unione Sovietica portò alla fine dell’esclusiva di vendita, e nuovi competitor (tipo la Coca Cola) entrarono nel mercato russo.

Ma la vicenda della flotta rimase nella storia. Come ebbe a dire Kendall a Brent Scowcroft (consigliere di Bush per la sicurezza nazionale), “stiamo disarmando l’Unione Sovietica più velocemente di te”.

Fonti

(Immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons. Credits: FL3JM. CC BY-SA 3.0)