Base navale di Severomorsk

Il disastro di Severomorsk è il nome con cui è conosciuta una terrificante catena di esplosioni avvenuta nel maggio 1984 presso un deposito di munizioni della base navale di Severomorsk, sede della Flotta del Nord sovietica.

Si trattò di una vera e propria apocalisse, che provocò la morte di centinaia di persone, oltre alla distruzione di 900 missili. Fortunatamente, non rimasero coinvolti sottomarini nucleari (presenti nella zona) o munizioni atomiche.

La città chiusa di Severomorsk e il deposito di Okolnaya

Severomorsk è una città russa situata sopra il circolo polare artico. Si trova nella Penisola di Kola, un’area piena di basi militari della Flotta russa del Nord. Questa flotta, per la cronaca, ha il suo comando proprio a Severomorsk. All’epoca dei fatti aveva 55.00 abitanti.

Storicamente, è stata una città militare fin dagli anni venti. Il suo status è abbastanza particolare: si tratta infatti, di una ZATO, ovvero quella che noi occidentali definiamo “città chiusa”. In breve, si tratta di località nelle quali, per tutta una serie di ragioni (economiche, strategiche, militari, ecc.), l’accesso agli “esterni” è strettamente regolamentato. Comunque, ne ho parlato in un altro articolo del blog, a cui rimando chi volesse approfondire.

Severomorsk ha sempre ospitato parecchie navi militari, ed i relativi depositi. Ovviamente non in città, ma nei dintorni.

Il protagonista della nostra storia è il deposito di Okolnaya, che si trova a nord est della città, a pochi chilometri di distanza. Ancora oggi, se osservate la località dal satellite, potete vedere una serie di strutture. Bene, sono esattamente quello che sembrano: bunker per ospitare munizioni e missili.

Il deposito è usato ancora oggi, ed ospita una cinquantina di bunker.

Il disastro di Severomorsk

I primi incendi

Tutto iniziò il 13 maggio 1984, quando scoppiò un incendio in uno dei bunker dell’enorme deposito. Non sono chiare le cause dell’incendio. L’ipotesi più accreditata, comunque, è che sia stato causato dal fatto che le munizioni erano state stoccate in modo inappropriato, anche se una versione ufficiale parla di una persona vista a fumare “dove non avrebbe dovuto”.

A quanto sembra, la popolazione nemmeno si accorse di quello che stava accadendo, tanto che quelle giornate vengono riportate come abbastanza tranquille. Probabilmente le fiamme erano all’interno, e gli unici a conoscenza della cosa erano i militari e le squadre di soccorso che tentavano di gestire l’emergenza.

L’incendio quindi andò avanti diversi giorni, fino al fatidico 17 maggio.

L’esplosione del 17 maggio

Il 17 maggio era stata una tranquilla giornata di primavera, almeno fino alle 18:15, quando venne avvistato del fumo in direzione del deposito. Nessuno però si preoccupò troppo, almeno fino alle 18:35: a quel punto, alcuni missili (privi di testata) iniziarono a prendere il volo in fiamme, seguendo traiettorie strane e ricadendo a vari chilometri. Inizialmente, la popolazione pensò ad un’esercitazione.

La situazione precipitò definitivamente alle 18:43, quando si verificò la prima esplosione in un deposito con circa 500 testate di missili antiaerei. Le detonazioni andarono avanti per un’ora e mezza, con effetti catastrofici.

Colonne di fumo alte centinaia di metri che ricordavano un’esplosione nucleare, civili terrorizzati che scappavano da tutte le parti convinti di trovarsi di fronte ad un disastro atomico, macchine che sfrecciavano per le strade (con i relativi incidenti). Gli stessi edifici rimasero danneggiati, con le porte che sbattevano ed i vetri delle finestre in frantumi.

Il deposito in fiamme, ai testimoni, ricordò un vulcano in eruzione (Okolnaya è in cima ad un rilievo).

Oltretutto, la rada era piena di navi militari, cariche di missili. Subito, tutte le unità iniziarono ad allontanarsi dalla città, chi con propulsione propria chi grazie ai rimorchiatori. L’unica nave rimasta in rada fu il grande incrociatore lanciamissili Kirov, insieme con alcuni sottomarini nucleari. Fortunatamente, nessuno dei missili vaganti colpì le navi.

Insomma, uno dei più gravi incidenti di questo tipo mai accaduti nella storia.

Incrociatore lanciamissili Kirov
Una delle navi presenti in porto al momento del disastro, l’incrociatore atomico lanciamissili Kirov. Immagine derivata da Wikimedia Commons. Credits: Camera Operator PH2 BEECH, DoD. US Public Domain

Conseguenze del disastro

L’esplosione aveva provocato un disastro di enormi proporzioni. Non si conosce il numero dei morti (la versione ufficiale parla di due), ma si ritiene che siano stati tra i 200 ed i 300, in gran parte tecnici che letteralmente si immolarono tentando di disassemblare le munizioni per evitarne l’esplosione.

I danni per la marina furono notevoli. Nell’esplosione, infatti, rimasero distrutti un bel po’ di missili:

  • 580 missili a corto raggio S-125 (NATO: SA-3 Goa) su 900 in possesso della Flotta del Nord;
  • 320 missili da crociera imbarcati SS-N-3 Shaddock su 400 totali.

Insomma, un totale di 900 missili tra antiaerei ed antinave.

Nel deposito erano anche stoccate diverse testate nucleari, che però fortunatamente non furono coinvolte nel disastro. Chiariamo, non sarebbero mai potute esplodere perché non innescate, però avrebbero causato un inquinamento radioattivo di quelli catastrofici.

Anche la città di Severomorsk ebbe parecchi danni per l’esplosione.

Missile S-125
Un missile antiaereo S-125. Ne rimasero distrutti quasi 600. Fonte: Wikimedia Commons. Credits: Wilson44691. CC BY-SA 3.0

La notizia arriva in Occidente

I sovietici, come da loro tradizione, non comunicarono nulla su quanto era accaduto. Per dire, pare che le prime informazioni di origine russa sulla cosa apparvero su un blog una ventina di anni dopo.

Ma in Occidente la notizia arrivò, eccome.

Prima di tutto, un’esplosione del genere non era sfuggita ai servizi segreti occidentali (da alcune parti risulta che alla CIA sembrò un’esplosione nucleare) ed ai satelliti. La notizia non venne divulgata subito, ma ci mise qualche settimana a raggiungere la stampa generalista. Il primo a darne notizia fu un settimanale militare britannico, il Jane’s Defence Weekly, il 10 luglio 1984, ed il giorno successivo la ripresero anche altri mezzi di informazione.

Insomma, era successo “qualcosa” di veramente grosso, anche se dai sovietici arrivò il classico no comment. La cosa che tranquillizzò gli occidentali, comunque, fu la certezza che non erano rimasti coinvolti ordigni nucleari. Prima di tutto, perché sapevano che, nonostante la scarsa attenzione dei sovietici (e dei russi) per la sicurezza, le testate nucleari erano sempre immagazzinate a debita distanza dagli esplosivi convenzionali. E poi perché i norvegesi, il cui confine è a poche decine di chilometri, non avevano rilevato alcuna variazione della radioattività.

Il danno per la Flotta del Nord comunque era grosso. Per dirla con le parole di una fonte della CIA all’epoca,

Mettiamola in questo modo, la flotta artica sovietica si troverebbe nei guai in caso di scontro con la marina americana

Fonte CIA come riportata da La Repubblica del 23 giugno 1984

Fonti

(immagine di copertina derivata da Wikimedia Commons. Credits: Lobanov Vyacheslav -Лобанов Вячеслав. CC BY-SA 3.0)