Classe Alfa

Classe Alfa è il nome con cui sono conosciuti in occidente i sottomarini nucleari da attacco sovietici Progetto 705 Lyra. La NATO li ha a lungo ritenuti i più veloci sottomarini mai costruiti. In realtà, il record appartiene al K-162, anche se gli Alfa, con i loro 41 nodi, non possono essere sicuramente definiti lenti ed occupano saldamente il secondo posto.

Questi sottomarini furono dei mezzi estremi, con soluzioni costruttive praticamente uniche. Costosi, complessi, rumorosi e pieni di problemi (il reattore, in particolare), costituirono una vera e propria pietra miliare nella storia della navigazione subacquea.

I classe Alfa vennero progettati per essere dei “sottomarini intercettori“, ideali per raggiungere e dare la caccia ai mezzi navali avversari. Si trattò dell’estrema evoluzione del concetto del sottomarino “piccolo ma veloce”: dal progetto molto ambizioso, superarono parecchi limiti tecnici e stabilirono dei record ancora ineguagliati. Oggi probabilmente risulterebbero concettualmente datati ed inadatti alla moderna guerra subacquea. Nonostante questo, sono la rappresentazione di un’epoca caratterizzata dalla ricerca di prestazioni sempre più spinte, che produsse macchine eccezionali ma rigidamente monouso e con costi spesso fuori controllo.

La marina sovietica ne costruì sette esemplari, rimasti in servizio fino agli anni novanta.

Storia

Il TsKB-143 iniziò a la vorare su quella che sarebbe diventata la classe Alfa nel 1957. I requisiti iniziali erano qualcosa di veramente complesso, e costituivano un vero e proprio “salto tecnologico” per la marina sovietica: un battello da 1.500 tonnellate, in grado di viaggiare in immersione a 40 nodi. Per dare un’idea della sfida, i classe November, i primi sottomarini nucleari sovietici che sarebbero entrati in servizio l’anno successivo, avevano una velocità massima che non superava i 30 nodi. Un sottomarino del genere doveva servire ad inseguire (e raggiungere) qualunque nave nemica, dominare i combattimenti subacquei grazie a velocità ed agilità ed eludere i sistemi di sorveglianza sonar e MAD (acronimo inglese per rilevatore di anomalie magnetiche).

I progettisti avevano le idee abbastanza chiare sulle soluzioni tecniche da utilizzare. La cosa fondamentale era avere un’elevata potenza riducendo al minimo dimensioni e pesi. Quindi, si decise di optare per il titanio come materiale da costruzione e per un reattore nucleare di tipo particolarmente innovativo, raffreddato a metallo liquido. Inoltre, visto che anche equipaggio e relative provviste hanno un loro peso, i tecnici decisero di esasperare l’automazione a bordo dei nuovi sottomarini, riducendo a 16 gli uomini necessari a governarlo.

Dopo qualche anno, i progettisti si resero conto che i requisiti erano veramente eccessivi, e quindi si arrivò ad una revisione del progetto. Nel 1963, iniziò a prendere forma il definitivo Progetto 705: le dimensioni vennero aumentate, portando il dislocamento a 2.300 tonnellate, e lo stesso equipaggio praticamente raddoppiò. Nello stesso anno, a Severodvink, venne impostato un sottomarino con caratteristiche abbastanza simili: il K-162, quello che sarebbe rimasto l’unico esemplare costruito del Progetto 661 Anchar (classe Papa per la NATO). Anche questo era un battello molto veloce, con lo scafo in titanio, ma equipaggiato con missili antinave: un SSGN, quindi, ma meno estremo degli Alfa e con un “normale” reattore nucleare ad acqua pressurizzata a fornire la potenza necessaria.

Il primo esemplare venne impostato presso i Cantieri dell’Ammiragliato, a Leningrado (oggi San Pietroburgo), nel 1968, varato l’anno successivo ed entrato in servizio nel 1971. Si trattava del K-64, che fu ampiamente utilizzato per scopi sperimentali. Questo sottomarino ebbe una vita operativa piuttosto breve, e più problemi del previsto. Dopo pochi anni, infatti, un incidente al reattore lo mise completamente fuori uso, costringendo i sovietici a radiarlo e demolirlo. Il fatto provocò un forte rallentamento del programma, tanto che il secondo battello della classe entrò in servizio solo nel 1978.

Descrizione tecnica

Tra gli anni cinquanta e sessanta, i sottomarini nucleari potevano essere considerati alla frontiera della tecnologia navale. Gli altissimi requisiti previsti per i classe Alfa spinsero i sovietici ben oltre questa frontiera.

Prima di tutto, le caratteristiche generali. I classe Alfa avevano un dislocamento di 2.300 tonnellate in emersione e circa 3.100 in immersione, erano lunghi un’ottantina di metri e sott’acqua raggiungevano una velocità di oltre 40 nodi. Queste prestazioni erano possibili grazie ad una serie di soluzioni costruttive molto particolari, per non dire uniche. In particolare, per ridurre i pesi ed aumentare la velocità, era stato utilizzato per lo scafo il titanio, e per la propulsione un innovativo reattore nucleare raffreddato a metallo liquido.

Ma i numeri dicono poco. Andiamo ora ad approfondire i singoli aspetti.

Come detto sopra, gli Alfa erano costruiti in titanio: si tratta di un materiale resistente e leggero, che aveva consentito di ridurre di parecchio il peso finale del sottomarino. Il problema è che il titanio, oltre a non essere esattamente un metallo comune, è anche abbastanza difficile da lavorare. Al riguardo, basti pensare che gli americani inizialmente erano convinti che lo scafo fosse in acciaio, oppure in qualche altra lega, ma non interamente costruito in titanio: viste le dimensioni e le difficoltà di lavorazione, la CIA lo riteneva altamente improbabile, se non impossibile. Fu solo dopo una decina d’anni (e probabilmente un “furto” di campioni di metallo presi dai cantieri navali, a Leningrado) che l’intelligence occidentale ebbe le idee più chiare sulle caratteristiche “metallurgiche” di questi sottomarini.

L’utilizzo del titanio portò a vantaggi enormi.

  • Riduzione del peso: è stato calcolato che un Alfa avesse un dislocamento pari a circa la metà di quello di un “normale” sottomarino nucleare costruito in acciaio.
  • Aumento della resistenza: gli Alfa avevano una profondità operativa più elevata dei battelli contemporanei. I dati non sono concordi, ma si ritiene raggiungesse i 400 metri (con un limite massimo di 500). La NATO inizialmente stimò che potesse raggiungere i 1.000 metri, ma queste stime si rivelarono non realistiche.
  • Aumento della “furtività”: il titanio è un materiale paramagnetico, e questo rendeva gli Alfa difficili da individuare con i sistemi MAD imbarcati sugli aerei antisommergibile, oltre che con i sonar.

Il lato negativo, ovviamente, furono i costi elevatissimi.

Come la stragrande maggioranza dei battelli atomici subacquei sovietici, anche gli Alfa avevano un doppio scafo. Quello esterno aveva una forma estremamente idrodinamica, ottimizzata per le alte velocità e la manovrabilità. Quello interno era suddiviso in sei compartimenti, di cui solo uno (il terzo) conteneva l’equipaggio. Gli altri erano normalmente accessibili per la manutenzione e le emergenze, ma erano controllabili da remoto. In pratica, tutte le decisioni potevano essere prese dalla sala controllo del terzo compartimento, luogo dove era radunato tutto il personale: una novità assoluta, visto che sugli altri sottomarini (ma anche aerei, navi, ecc.) i vari compiti sono svolti da squadre diverse e fisicamente separate. Purtroppo, questi sistemi di controllo a distanza erano fortemente innovativi e sviluppati appositamente. L’affidabilità quindi non era il massimo, ed i guasti piuttosto frequenti. Si ritiene comunque che, per essere un sistema praticamente sperimentale, funzionasse piuttosto bene.

Il livello di automazione dei processi di bordo era elevatissimo, anche per i giorni nostri. Di conseguenza l’equipaggio era molto ridotto: appena una trentina di uomini, praticamente un terzo o un quarto del normale equipaggio di un sottomarino nucleare. Il personale era composto quasi esclusivamente da ufficiali (praticamente l’unica eccezione era il cuoco di bordo), ed era estremamente qualificato: infatti, per gestire in così pochi una macchina tanto complessa, bisognava essere molto esperti. Si ritiene che a bordo degli Alfa ci fosse il meglio della flotta sovietica.

Il fatto che gli uomini fossero pochi e concentrati in un unico luogo aveva anche dei vantaggi operativi: la catena di comando per le varie azioni era minore, i tempi di reazione erano ridotti al minimo, e quindi l’efficacia in azione era maggiore.

Il compartimento dove risiedeva l’equipaggio aveva anche un’interessante caratteristica: era rinforzato esternamente con una specie di “sfera”, anche lei in titanio, che serviva ad aumentare le capacità di sopravvivenza in caso di incidente. In pratica, il terzo compartimento aveva una resistenza maggiore alla pressione, e quindi poteva sopportare profondità maggiori del resto dello scafo pressurizzato. Inoltre, gli Alfa furono i primi sottomarini sovietici attrezzati con una capsula di salvataggio, che consentiva al personale di abbandonare il battello in caso di emergenza anche in immersione.

Classe Alfa in navigazione
Un esemplare della classe Alfa in navigazione. Immagine tratta da Wikimedia Commons. Credits: PH2 BEECH, US Navy. US Public Domain

Il sistema propulsivo degli Alfa era qualcosa di mai visto su un sottomarino. Infatti, al posto dei “classici” sistemi raffreddati ad acqua, questi battelli imbarcavano un reattore nucleare raffreddato a metallo liquido. Detto in altri termini e senza scendere troppo in particolari, per il raffreddamento primario al posto dell’acqua i reattori degli Alfa utilizzavano una lega metallica di piombo-bismuto a basso punto di fusione. La soluzione aveva parecchi vantaggi.

  • La temperatura. L’acqua, si sa, bolle a 100°, ma se tenuta ad altissima pressione (come nel caso dei reattori navali) può raggiungere anche i 250-300° senza bollire. Questa lega metallica invece aveva delle temperature di ebollizione molto più elevate, nell’ordine dei 1.680°, e quindi l’efficienza energetica era superiore del 150%. Questo portava anche ad una maggiore vita operativa senza sostituire il combustibile, cosa essenziale visto che non era tecnicamente possibile farlo (lo vedremo dopo).
  • La sicurezza. Se l’acqua si surriscalda troppo, all’interno di un circuito chiuso può provocare un’esplosione. Questo rischio era inesistente per i reattori a metallo liquido, viste le temperature di ebollizione della lega metallica. Inoltre, in caso di problemi, sarebbe bastato diminuire la temperatura per far solidificare il liquido refrigerante, in modo da “isolare” il reattore in un vero e proprio blocco di metallo (composto in gran parte da piombo, che è usato, appunto, per schermare dalle radiazioni).
  • La leggerezza. Come si è detto più volte, gli Alfa dovevano essere agili e veloci, e dunque leggeri. I reattori a metallo liquido sono più leggeri e compatti degli equivalenti raffreddati ad acqua, e sono pure abbastanza potenti. L’utilizzo di un reattore di questo tipo pare che abbia consentito un risparmio di peso sugli Alfa di oltre il 10% (circa 300 tonnellate), che è una vera enormità.

Nonostante la propulsione nucleare subacquea fosse appena agli inizi, furono due gli uffici tecnici in Unione Sovietica che si misero al lavoro per realizzare un reattore a metallo liquido: l’OKB Gidropress con il BM-40A, e l’OKBM con l’OK-550. Entrambi avevano la stessa potenza, anche se si differivano per il numero di cicli di circolazione del vapore (due sul BM-40A e tre sull’OK-550). Comunque, alla marina sovietica sembrò una buona idea utilizzarli entrambi: gli esemplari costruiti a Leningrado montarono il BM-40A, mentre quelli a Severodvinsk l’OK-550.

Questi reattori avevano un problema. Un grosso problema, che ne era il vero “tallone di Achille”. La lega piombo-bismuto era a basso punto di fusione: in numeri, solidificava a meno di 125°. Il guaio era che quando questo accadeva, il reattore era da buttare: infatti le barre di combustibile rimanevano praticamente “intrappolate” nel refrigerante solidificato, e non c’era modo di riavviarlo. La cosa era molto grave, ed aveva una serie di implicazioni piuttosto serie.

Prima di tutto, il combustibile nucleare non poteva essere sostituito. Questo perché non era tecnicamente possibile farlo senza spegnere il reattore, e quindi facendo solidificare il refrigerante. Di conseguenza, quando il combustibile si esauriva, bisognava sostituire l’intero reattore (in media ogni 15 anni).

Inoltre, questo creava problemi quando il sottomarino era in porto, con il reattore spento. Infatti, per tenere il refrigerante liquido, era stato necessario costruire delle speciali strutture che servivano a “riscaldare” alla giusta temperatura la lega metallica. Questo veniva fatto esternamente, grazie al vapore surriscaldato. Gli Alfa, quindi, per stare ormeggiati in porto avevano bisogno di strutture apposite nelle basi, che però non sempre erano disponibili (o funzionanti).

L’armamento sui classe Alfa era piuttosto leggero: sei tubi lanciasiluri da 533 mm, che potevano lanciare siluri o missili antinave SS-N-15 starfish. In pratica, non erano previsti missili da crociera, né lo furono mai, al contrario di altri sottomarini contemporanei e molto meno performanti come i classe Victor. I sistemi di puntamento e lancio erano completamente automatizzati, e potevano essere gestiti da remoto direttamente dalla sala controllo. Inoltre, un innovativo sistema di lancio pneumatico consentiva a questi sottomarini di lanciare le proprie armi praticamente ad ogni profondità, senza alcuna limitazione.

Come detto precedentemente, complessivamente vennero realizzati sette battelli della classe Alfa, di due versioni differenti (Progetto 705 e 705K). L’unica differenza reale è il tipo di reattore installato.

Progetto 705 Lyra – Classe Alfa

Si tratta della versione base, quella a cui apparteneva il primo esemplare costruito. Tutti i battelli di questo tipo vennero costruiti a Leningrado, e montavano il reattore OK-550. Complessivamente, ne furono realizzati quattro.

  • Lunghezza: 81,4 metri
  • Larghezza: 9,5 metri
  • Pescaggio: 6,24 metri
  • Dislocamento in emersione: 2.300 tonnellate
  • Dislocamento in immersione: 3.150 tonnellate
  • Propulsione: 1 reattore nucleare OK-550 da 155 MW, 1 x 40.000 hp, un’elica
  • Velocità: 12 nodi in emersione, 40,2 in immersione
  • Profondità operativa: 320 metri?
  • Profondità massima: 400 metri?
  • Equipaggio: 29
  • Autonomia: 50 giorni
  • Armamento: 6 tubi lanciasiluri da 533 mm con missili SS-N-15 Starfish e siluri

Progetto 705K Lyra – Classe Alfa

Si tratta dei tre esemplari costruiti a Severodvinsk, con il reattore BM-40A. Sono praticamente identici, solo leggermente più corti.

  • Lunghezza: 79,6 metri
  • Larghezza: 9,5 metri
  • Pescaggio: 6,24 metri
  • Dislocamento in emersione: 2.280 tonnellate
  • Dislocamento in immersione: 3.125 tonnellate
  • Propulsione: 1 reattore nucleare BM-40A da 155 MW, 1 x 40.000 hp, un’elica
  • Velocità: 12 nodi in emersione, 40,3 in immersione
  • Profondità operativa: 320 metri?
  • Profondità massima: 400 metri?
  • Equipaggio: 29
  • Autonomia: 50 giorni
  • Armamento: 6 tubi lanciasiluri da 533 mm con missili SS-N-15 Starfish e siluri

Progetto 705D

Variante con un numero maggiore di siluri e tubi da 650 mm, mai realizzata.

Variante con reattore nucleare VM-4

Secondo alcune fonti, su un paio di esemplari il reattore a metallo liquido “di serie” sarebbe stato sostituito da uno tradizionale ad acqua pressurizzata, un VM-4 dello stesso tipo di quelli imbarcati sui Victor. Pare che questa modifica sia stata effettuata almeno sul K-123, un esemplare che ebbe un grave incidente nel 1982 e rimase in riparazione per 10 anni. Fu anche l’ultimo classe Alfa ad essere radiato.

Servizio operativo

Il primo esemplare della classe, il K-64, entrò in servizio nel 1971. In effetti, venne utilizzato come una sorta di nave-test, per valutar praticamente i pregi e (soprattutto) i difetti di un progetto così innovativo. Le cattive notizie non si fecero attendere. Lavorare il titanio è molto complesso. I sovietici al riguardo avevano parecchia esperienza, ma costruire un sottomarino da ottanta metri era comunque un’impresa. I primi test rivelarono problemi “metallurgici”, come cedimenti vari e rotture dello scafo. Anche il reattore diede problemi, tanto che nel 1974 un incidente lo mise completamente fuori uso. Considerando tutti i problemi, i sovietici furono costretti a radiare il K-64 appena quattro anni dopo, probabilmente dopo non aver cercato neppure di ripararlo.

In compenso però le esperienze condotte sul primo battello furono molto utili, poiché consentirono di migliorare la qualità degli esemplari successivi. I primi modelli “di serie” iniziarono ad entrare in servizio alla fine del 1977, e la costruzione proseguì fino al 1981.

Come detto all’inizio, i classe Alfa erano dei “sottomarini intercettori”. La loro missione era molto particolare: non venivano utilizzati in lunghe crociere di pattugliamento o scorta, oppure per minacciare le coste americane, ma per inseguire bersagli definiti. In altri termini, passavano molto tempo in porto, e venivano “sguinzagliati” quando c’era un’unità nemica da inseguire o intercettare, sia che fosse un sottomarino NATO che si era avvicinato troppo, sia che si trattasse di unità di superficie (gruppi navali, portaerei, ecc.) in esercitazione o transito. Quando ciò accadeva, gli Alfa raggiungevano l’ultima posizione rilevata del “nemico” alla massima velocità, e poi iniziavano a cercarlo. Si trattava di una sorta di gioco “al gatto col topo”, in cui questi sottomarini erano terribilmente efficaci. Questo concetto operativo era completamente nuovo, ed in questi termini non è più stato portato avanti da nessun’altra marina.

Classe Alfa in emersione
Un Alfa in navigazione. Immagine tratta da Wikimedia Commons. Credits: US Navy. US Public Domain

I battelli della classe Alfa sono considerati tra i più piccoli e leggeri sottomarini nucleari mai realizzati (escludendo i modelli per operazioni speciali, che però sono disarmati). Questa caratteristica, unita ad un reattore estremamente potente, faceva sì che avessero delle prestazioni eccezionali: partendo da fermi, potevano raggiungere la massima velocità in un minuto, e la loro agilità gli consentiva di effettuare un’inversione “a U” in appena 40 secondi (un tempo clamoroso per un sottomarino, e comunque inferiore a quello che impiegano parecchi impediti con il SUV). Inoltre, le linee particolarmente arrotondate dello scafo ed altri accorgimenti tecnici consentiva agli Alfa di compiere manovre evasive rapide ed efficaci, cosa che di fatto li rendeva difficili da colpire.

La velocità era indubbiamente il loro punto di forza. Il valore massimo non è certo, ma comunque superiore a 40 nodi (il “numero” più diffuso è 43), il che lo rende il più veloce sottomarino costruito in serie mai realizzato (la velocità massima pare appartenga al K-162, che sfiorò i 45 nodi durante le prove). Comunque, voci incontrollate riportate dagli americani riferiscono che un Alfa riuscì a “scappare” da alcune unità antisommergibile NATO, filando via a circa 50 nodi.

Molto rumorosi alle alte velocità, sapevano essere però estremamente furtivi quando attivavano i sistemi di navigazione silenziosa (grazie a due motori elettrici: lenti ma molto silenziosi), cambiando rapidamente la profondità a cui si trovavano e quindi “scomparendo e ricomparendo” sugli schermi sonar delle unità navali NATO.

Tuttavia, gli Alfa avevano parecchi problemi. Prima di tutto, la rumorosità: lanciati alla massima velocità erano sicuramente imprendibili, ma avevano una traccia acustica estremamente elevata. Quindi, per avere un livello di furtività appena decente, erano costretti ad andare più piano. È stato calcolato che la reale velocità “tattica” di questi sottomarini fosse più o meno pari a quella della classe Sturgeon americani, quindi intorno ai 25 nodi.

L’armamento poi non era proprio pesante: la totale mancanza di missili da crociera rendeva questi sottomarini degli intercettori puri, capaci di affrontare le unità navali nemiche ma assolutamente inutili contro gli obiettivi terrestri. Ovviamente la versione base non era stata progettata per quello, visto che negli anni sessanta le armi adatte non erano nemmeno disponibili, ma non fu prevista nemmeno una versione aggiornata in questo senso. In pratica, si trattava di sottomarini rigidamente monouso, completamente diversi, ad esempio, dai più o meno contemporanei Victor III, che entrarono in servizio a partire dal 1977 ed imbarcavano i missili da crociera S-10 Granat (SS-N-21 Sampson per la nATO).

C’è poi tutto il discorso legato ai costi, sia costruttivi sia di gestione. I primi, lo abbiamo visto, erano molto elevati per via delle soluzioni tecniche adottate. I secondi diventarono presto un vero incubo.

I classe Alfa erano soggetti a guasti. L’equipaggio ridotto non poteva effettuare troppa manutenzione durante le crociere operative, quindi i requisiti di affidabilità furono molto stringenti. Nonostante questo, però, la componentistica si guastava lo stesso. Infatti, questa era stata sviluppata appositamente, ed a bordo non c’era nulla “di serie”. Oltretutto, era anche fortemente sperimentale. Il risultato erano rotture frequenti di componentistica per certi versi “unica”, che doveva essere costruita appositamente.

E poi c’era il reattore.

Il combustibile non poteva essere sostituito. Detto in altri termini, non appena questo si esauriva (in media ogni 15 anni), era necessario cambiare l’intero reattore. A partire dagli anni settanta questa operazione non era vista molto bene, visto che si trattava di un costoso spreco. Inoltre, gli Alfa non avevano una struttura modulare, quindi le operazioni di sostituzioni erano tutto tranne che rapide e semplici.

Il refrigerante doveva essere tenuto liquido. In navigazione non era un problema (almeno in teoria), visto che il reattore era in funzione, ma in porto la situazione era diversa. Le basi che di solito ospitavano gli Alfa erano attrezzate con strutture di terra capaci di liquefare il refrigerante grazie al vapore surriscaldato, mantenendo il rettore spento. Purtroppo però i sovietici spesso e volentieri trascuravano le installazioni a terra, e quando negli anni ottanta queste strutture si guastarono, non vennero mai riparate. Il risultato fu molto semplice, e drammatico per questi sottomarini: per non far solidificare il refrigerante, dovevano tenere il reattore in funzione anche quando erano ormeggiati in porto (cioè la maggior parte del tempo, visto il modo in cui venivano impiegati).

Questi reattori erano progettati per lunghi periodi di funzionamento, ma sicuramente non per rimanere accesi sette giorni su sette, 365 giorni l’anno, continuamente senza mai essere spenti. Quindi, i guasti diventarono più frequenti, sia in porto sia in navigazione (soprattutto le perdite di refrigerante, ma in almeno un caso il reattore si ruppe durante una crociera). Questa situazione riguardò sia gli affidabili BM-40A, sia i più problematici ed inaffidabili OK-550.

Nonostante i problemi, gli Alfa nella loro missione erano veramente temibili. Anzi, si può tranquillamente affermare che inizialmente furono un vero e proprio incubo per la NATO: le prestazioni eccezionali, le loro caratteristiche costruttive, il velo di segretezza che ha sempre avvolto le realizzazioni sovietiche e non da ultimo un bel po’ di disinformazione, portarono gli esperti occidentali a sovrastimare clamorosamente le caratteristiche di questi sottomarini, temendo di trovarsene di fronte decine di unità.

Quindi le marine dei Paesi NATO potenziarono le loro capacità antisommergibile. Tra le varie contromisure che vennero sviluppate, degni di nota sono il programma ADCAP americano e lo Spearfish britannico, due siluri di nuovo tipo e molto veloci che avevano lo scopo primario di contrastare gli Alfa. Solo successivamente si compresero le reali caratteristiche di questi sottomarini, e vennero fuori tutti i limiti. Soprattutto, fu chiaro che i sovietici non avevano alcuna intenzione di costruirne grandi quantità.

I costi elevati, i problemi di affidabilità ed in generale la complessità di gestione ne scoraggiarono una produzione su vasta scala. In effetti, gli Alfa furono una serie di battelli sperimentali che svolsero un regolare e soddisfacente servizio operativo con la marina sovietica. Tra le altre cose, costituirono delle ottime piattaforme per testare tutta una serie di tecnologie che sarebbero poi state implementate successivamente. Ad esempio, le tecniche sviluppate per la lavorazione dei titanio furono utilissime per realizzare lo scafo dei classe Sierra, mentre gli Akula ereditarono molti dei sistemi di automazione.

I classe Alfa furono quasi tutti radiati il 19 aprile 1990. Non è chiaro quanti di questi fossero effettivamente operativi: alcuni, probabilmente, erano in riparazione per problemi al reattore. L’unico sopravvissuto, il K-123, venne utilizzato per scopi sperimentali almeno fino al 1996 (o metà degli anni 2000, secondo alcune fonti). Il loro smantellamento fu abbastanza complicato, visto che il metallo liquido del reattore era ormai solidificato e formava un blocco unico con le barre di combustibile in uranio arricchito. Furono i francesi a risolvere la situazione, progettando e donando alla Russia un equipaggiamento speciale per questa operazione. Solo così, finalmente, gli Alfa furono definitivamente smantellati.

Un capitolo a parte meritano invece i “ricambi” di questi sottomarini. Come abbiamo visto, i reattori andavano sostituiti una volta che il combustibile nucleare si era esaurito. Questo combustibile veniva prodotto nello stabilimento metallurgico Ulba nei pressi di Kamenogorsk, in Kazakistan. Bene, nel 1994 si venne a sapere che in un magazzino di questo impianto erano state “dimenticate” un grosso numero di barre di combustibile. Per farla breve, ci stavano circa 600 kg di uranio altamente arricchito, sufficiente per fabbricare 24 bombe atomiche. Le misure di sicurezza erano minime, ed il governo kazako non ne sapeva nulla. Un magazzino del genere interessava a parecchia gente: trafficanti di armi, terroristi, iraniani… Gli americani decisero di precedere tutti: d’accordo con il Kazakistan, diedero vita ad un’operazione chiamata Project Sapphire, inviarono sul posto uomini ed aerei, imballarono e caricarono tutte le barre, ed infine le trasportarono negli Stati Uniti.

Per l’epoca in cui furono realizzati, i classe Alfa erano “intoccabili”: oltre 40 nodi di velocità e 400 metri di profondità operativa erano condizioni in cui le armi antisommergibile in servizio presso le marine NATO non potevano in alcun modo minacciarli. Veloci, agili, riuscivano facilmente a raggiungere la posizione di lancio ideale per colpire le unità avversarie (subacquee e di superficie), nonché ad eluderne la caccia se scoperti. Furono anche l’esasperazione del concetto “piccolo ma veloce” nei battelli subacquei: concetto oggi superato, visto che nella tattica di guerra sottomarina attualmente si predilige il “grande ma furtivo”. Complessi e costosi, pieni di limiti, furono praticamente gli unici rappresentanti di “sottomarino intercettore”, per il quale vennero elaborate tattiche apposite. Non hanno avuto un vero successore, anche se periodicamente in Russia si parla di costruire sottomarini di questo tipo.

Incidenti

La carriera operativa dei classe Alfa fu caratterizzata da parecchi incidenti, molti dei quali riguardarono il reattore. Quando i sottomarini furono dismessi, alcuni (K-373, K-316 e K-493) risultavano in riparazione, probabilmente per interventi di sostituzione del reattore. Non è chiaro se fosse un’operazione di routine per via del combustibile esaurito, oppure di interventi dovuti a guasti.

  • Febbraio 1972: K-64 (classe Alfa). Danni al sottomarino durante le prove, probabilmente allo scafo.
  • Aprile 1972: K-64 (classe Alfa). Solidificazione del refrigerante del reattore. Il sottomarino verrà radiato.
  • Settembre 1978: K-316 (classe Alfa). Durante un test ad alta velocità, un malfunzionamento impedì al sottomarino di decelerare. Praticamente, il K-316 non riusciva più a rallentare sotto i 40 nodi (praticamente il film Speed in versione sovietica). Il problema fu poi risolto con successo.
  • 8 aprile 1982: K-123 (classe Alfa). Perdita di refrigerante (metallo liquido) dal reattore. In riparazione fino al 1992, con sostituzione dell’intero compartimento.
  • 1982: K-463 (classe Alfa). Il sottomarino mentre era in missione iniziò ad imbarcare acqua. Fu costretto ad emergere e riuscì a tornare alla base.
  • 1983: K-316 (classe Alfa). Incendio a bordo.
  • 22 giugno 1984: K-373 (classe Alfa). Collisione con il K-140. Il sottomarino ebbe danni lievi.
  • 1985: K-493 (classe Alfa). Danni al reattore con perdita del refrigerante e conseguente fuga di radiazioni.

Esemplari costruiti

K-64

Cantiere: Ammiragliato (San Pietroburgo)
Impostazione: 02/06/1968
Varo: 22/04/1969
Ingresso in servizio: 31/12/1971
Status: radiato nel 1978
Note: Progetto 705

K-123

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 29/12/1967
Varo: 04/04/1976
Ingresso in servizio: 31/12/1977
Status: radiato nel 1996?
Note: Progetto 705K. 1992: B-123

K-316

Cantiere: Ammiragliato (San Pietroburgo)
Impostazione: 26/04/1969
Varo: 25/07/1974
Ingresso in servizio: 30/09/1978
Status: radiato nel 1990
Note: Progetto 705

K-432

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 12/11/1968
Varo: 03/11/1977
Ingresso in servizio: 31/12/1978
Status: radiato nel 1990
Note: Progetto 705K

K-373

Cantiere: Ammiragliato (San Pietroburgo)
Impostazione: 26/06/1972
Varo: 19/04/1978
Ingresso in servizio: 29/12/1979
Status: radiato nel 1990
Note: Progetto 705

K-493

Cantiere: Sevmash (Severodvinsk)
Impostazione: 21/01/1972
Varo: 21/09/1980
Ingresso in servizio: 30/09/1981
Status: radiato nel 1990
Note: Progetto 705K

K-463

Cantiere: Ammiragliato (San Pietroburgo)
Impostazione: 26/06/1975
Varo: 31/03/1981
Ingresso in servizio: 30/12/1981
Status: radiato nel 1990
Note: Progetto 705

Fonti

(immagine di copertina tratta da Wikimedia Commons. Credits: Mike1979 Russia. CC BY-SA 3.0)