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Le armi radiologiche sono quelle progettate per spargere materiale radioattivo nell’ambiente. Queste possono essere considerate un po’ le “ultime arrivate” nella categoria delle armi di distruzione di massa, tanto che inizialmente non venivano nemmeno considerate tali. Non tutti gli esperti sono d’accordo con questa scelta.

Tuttavia, si tratta di una tipologia che può essere estremamente pericolosa, e che tra l’altro è oggetto di studio e ricerca in vari Paesi. Quello che preoccupa, in particolare, è il loro possibile utilizzo come arma terroristica (il cosiddetto bioterrorismo) da parte di gruppi eversivi o di fondamentalisti religiosi.

Bisogna dire, comunque, che diversi Paesi sono stati accusati di portare avanti la ricerca su armi del genere. Ad esempio la Russia, con il caso dell’avvelenamento con Polonio 210 del dissidente russo Alexander Litvinenko (la Russia, ed i suoi servizi segreti, hanno sempre smentito).

Tipologie di armi radiologiche

Inizialmente, le armi radiologiche venivano comprese all’interno delle armi nucleari: una bomba atomica, quando esplode, produce radiazioni. Gli ordigni termonucleari al cobalto sono anche peggiori… Insomma, le radiologiche venivano considerate appartenenti alla grande “famiglia” dell’atomica.

Successivamente si è arrivati ad una formulazione diversa. In particolare, sono state incluse nella categoria tutti quegli ordigni “a bassa tecnologia”: semplici combinazioni di materiale radioattivo ed esplosivo convenzionale, che hanno il solo scopo di inquinare un ambiente e seminare il panico. Si tratta delle cosiddette “bombe sporche“, che non richiedono particolari conoscenze o strumenti per poter essere assemblate, ma solo dei necessari materiali.

Tornando alla classificazione, le armi radiologiche si possono dividere in due grandi categorie, a seconda del modo in cui le radiazioni vengono diffuse nell’ambiente.

  • Radiological Dispersion Device (RDD): la dispersione avviene tramite un’esplosione. Si tratta delle bombe sporche che abbiamo citato prima: del materiale radioattivo collegato ad una carica esplosiva. Attenzione però: questa carica serve solo a disperdere le radiazioni, non a fare danni (che pure possono esserci). I veri problemi, più che dall’esplosione sarebbero dati dalla contaminazione: persone e cose irradiate, panico e necessità di complessi lavori di bonifica.
  • Radiological Exposure Device (RED): la dispersione avviene grazie ad un apposito strumento e non tramite un’esplosione. In pratica, abbiamo una sorgente capace di emettere radiazioni che viene lasciata “a fare il suo lavoro” in un certo posto.

Ad oggi, il maggiore pericolo sarebbe costituito dalle RDD, per una questione di dimensioni: è sicuramente molto più semplice inquinare una vasta area facendo esplodere un furgone carico di tritolo e materiale radioattivo, piuttosto che realizzare un emettitore e posizionarlo da qualche parte. Emettitore che, diciamolo, sarebbe piuttosto ingombrante.

Tecnica di un’arma radiologica

Le armi radiologiche, lo abbiamo visto sopra, si possono dividere in RDD e RED. Le RED sono qualcosa di puramente teorico, quindi le tralascerò.

Con le RDD il discorso è diverso. Per realizzare un’arma di questo tipo occorrono essenzialmente due cose: esplosivo e materiale radioattivo.

Se parliamo di esplosivo la scelta è vastissima, ed include anche composti chimici. Per il materiale radioattivo invece un po’ meno. Gli elementi più idonei per un’arma di questo tipo sono i seguenti:

  • Americio 241
  • Cesio 137
  • Cobalto 60
  • Iodio 131
  • Iridio 192
  • Plutonio
  • Polonio 210
  • Stronzio 90
  • Uranio

Come trovarli? Sicuramente non è una cosa semplice, ma nemmeno impossibile. Infatti, se uno pensa ai materiali radioattivi, gli vengono subito in mente centrali nucleari e bombe atomiche. Ebbene, non ci sono solo quelli: elementi capaci di emettere radiazioni sono usati anche negli ospedali, nei laboratori di ricerca, in alcune lavorazioni industriali… Si tratta di utilizzi civili molto diffusi.

Accanto a questi, vi possono essere delle installazioni abbandonate con depositi dimenticati: problema poco diffuso in Occidente, ma molto di più nell’ex Unione Sovietica, dove molte installazioni sono state lasciate a sé stesse, senza essere state adeguatamente bonificate o svuotate.

Impiego delle armi radiologiche

Chiariamo subito una cosa: militarmente, un’arma di questo tipo ha poco senso. Gli esplosivi tradizionali, infatti, sono molto più efficaci per danneggiare nell’immediato cose o persone.

La “fama” delle armi radiologiche è legata al loro possibile impiego da parte di gruppi terroristici, che possono usare dispositivi di questo tipo per attentati, seminare il panico, destabilizzare Paesi e inquinare vaste aree.

Da un punto di vista teorico, i più “efficaci” sembrerebbero essere gli RDD (con esplosivo), perché più facilmente gestibili. Un sistema RED, invece, avrebbe il problema di essere “sistemato” e tenuto a lungo in un punto dove possa fare danni, oltre che delle dimensioni non indifferenti.

Ad oggi non si ha notizia dell’impiego di armi del genere da parte di gruppi terroristici o per compiere stragi “di massa”.

Un discorso a parte è quello degli omicidi mirati, ovvero usare elementi radioattivi per uccidere personaggi scomodi. Il caso più eclatante è stato quello del dissidente (ed ex agente segreto) russo Alexander Litvinenko, morto a Londra nel 2006 in seguito ad avvelenamento da Polonio 210 (proveniente da un reattore russo). Dell’omicidio sono stati accusati i servizi segreti russi, ma gli interessati hanno sempre smentito.

Fonti

(immagine di copertina derivata da Wikimedia Commons. Credits: D5481026. CC BY-SA 4.0)